Pumapunku – un’ipotesi fuori dagli schemi, oppure no?

Tra le innumerevoli meraviglie che ci giungono dal passato, probabilmente le rovine di Pumapunku sono quelle che più di tutte sollevano interrogativi e meraviglia; sinteticamente Pumapunku si trova in Bolivia vicino al grande complesso monumentale di Tiwanaku, la particolarità dei resti che si possono trovare in quel sito lasciano intendere o intravedere quale fosse la tecnologia con cui quegli antichi popoli edificassero monumenti, templi e edifici dando anche la prospettiva di come quella tecnica fosse disponibile anche ad altre civiltà sparse per il globo.
Blocchi di granito, di diorite, di andesite “scolpiti” in modo sistematico e con una precisione difficile da eguagliare, ma sopratutto se osservate nel complesso, le rovine indicano inequivocabilmente oltre ad una progettualità, anche un’ottica squisitamente industriale; l’insieme dei misteri che si concentrano nell’area di quello che sembra essere un vero e proprio cantiere per la produzione di blocchi prefabbricati o se si vuole dei “Lego”, potrebbe essere una carrellata o l’insieme di tutti i misteri che accomunano le costruzioni megalitiche sparse per il pianeta, ricercatori e scienziati, concordano sul fatto che i blocchi di Pumapunku siano stati lavorati con metodi decisamente più avanzati che non con il semplice ausilio di martelli e scalpelli, oltretutto considerando che i blocchi di pietra impiegati sono tra le rocce più dure, anche nell’ipotesi di utilizzo di strumenti rudimentali per la realizzazione di manufatti di quel genere, sarebbero occorsi decenni per un singolo pezzo e sicuramente anche se minime, le differenze tra blocco e blocco sarebbero emerse in modo lampante.

Sicuramente chi edificò Tiwanaku e lavorò a Pumapunku, non furono gli antichi ayamara, questo non perché fossero analfabeti o non avessero una lingua scritta; non penso che il saper leggere e scrivere possa essere una limitazione nell’abilità di creare o avere in mente un progetto completo di una qualunque cosa, forse potrà essere più complesso, più laborioso, ma semplicemente perché le tecniche per realizzare quei manufatti implicano in modo incontrovertibile una tecnologia che per quelle popolazioni e non solo quelle, era al di fuori del loro retaggio culturale e conoscitivo, detto questo, non va esclusa la possibilità che una civiltà evoluta, sia essa prediluviana, terrestre o extra possa aver avuto contatti con gli antichi indio e che ne abbia influenzato se non il progresso, quantomeno la cultura.

Comunque aldilà delle difficoltà che ancora oggi avremmo nel realizzare tali manufatti, quello che ci si deve chiedere è come è possibile che blocchi del peso di svariate tonnellate siano state traslate in quella zona, senza che si siano lasciate le tracce del loro trasporto o della movimentazione, ipotizzando anche la validità della “metodica egizia” d’impiego di grandi quantità di schiavi e/o operai per trasportare i blocchi, su slitte, rulli, o piste di grasso animale, dove sono i segni di questi percorsi, delle “strade” utilizzate se non altro, per i rifornimenti e le più che ovvie necessità che sorgono in presenza di un grandissimo numero di manovalanza.

Questo mistero accomuna tutti i siti megalitici, come se per la realizzazione di queste strutture possenti che sfidano il tempo e la logica, non ci fosse bisogno di strade per trasportare i materiali con cui sono realizzati; è vero in più circostanze si è sentito riportare in leggende e racconti tramandati oralmente di generazione in generazione che le grandi pietre siano state trasportate “facendole volare” col semplice tocco di una barchetta o un bastone, oppure scrivendoci sopra delle parole “magiche”, certamente agli occhi di popolazioni primitive o più propriamente ingorganti e forse anche ai nostri occhi, potrebbe sembrare una magia, ma l’ipotesi che si sia utilizzata una tecnologia antigravitazionale per trasportare e collocare blocchi di pietra di dimensioni inverosimili e del peso di centinaia se non migliaia di tonnellate in modo perfetto diventa più che una ipotesi, anche se tecnologicamente non ne conosciamo la tecnica, sappiamo che è possibile, se non altro per le testimonianze oggettive e materiali che qualcuno lo ha realmente fatto, comunque tornando alle pietre di Pumapunku, oltre al mistero delle particolari forme, incavi, fori, scanalature che questi blocchi hanno e sul come sia stato possibile realizzarli, ciò che resta assolutamente avvolto nella più fitta nebbia, è il loro impiego, come questi si incastrassero tra di loro e quale potrebbe essere stato il risultato finale.
Per quanto riguarda i blocchi “H” c’è chi ha ipotizzato che fossero impiegati come rampa di lancio similmente alle rampe delle V1 di germanica manifattura, altri hanno ipotizzato che fossero gli incastri per le cerniere di grandi e pesanti porte di templi; aldilà delle ipotesi, resta il fatto che questi blocchi sono disposti come in un deposito o magazzino pronti per essere “spediti”.

Spediti? Bhé effettivamente ne in zona ne nelle aree circostanti si vedono strutture, edifici o semplicemente dei muri in cui si siano impiegati questi blocchi, anche perché se cosi fosse, perlomeno un’idea di come quella specie di “Lego” ciclopico funzionasse, l’avremmo, quindi è possibile che le pietre lavorate a Pumapunku fossero destinate ad altri luoghi di edificazione, ma questa ipotesi sembra essere smentita, perché, da quanto se ne sa, finora non è stato rinvenuto un benché piccolo indizio, rudere, rovina o maceria in tutto il mondo in cui si possa osservare l’impiego di questi specifici “mattoncini” e quindi dove sarebbero stati “spediti e utilizzati”?
Un altro interrogativo che emerge sulla lavorazione dei blocchi è che da quanto è possibile osservare il materiale di scarto, non c’è, dove sono finiti i frammenti o le parti della roccia scavata, da qualche parte dovrebbero essere accatastati o gettati in una “discarica”, eppure non ce n’è traccia, forse è la particolarità della lavorazione?

Bene allora proviamo a fare del “reverse engineering” e per quanto possibile con la tecnologia odierna vediamo quali problematiche si incontrerebbero; sorvolando sull’aspetto tecnologico che permetterebbe di tagliare blocchi di roccia perfettamente simmetrici dalle cave, come se si tagliasse una fetta di torta o una gelatina, passiamo alla fase di lavorazione dei blocchi, ipotizzando l’impiego di strumenti laser ad altissima potenza, questi risulterebbero perfetti per determinati tipologie di taglio, ma assolutamente inidonei per altri, come la realizzazione di incavi particolarmente profondi e vicini come le incisioni o bassorilievi della Porta del Sole, considerando che la lavorazione a laser produce una gran quantità di calore, inevitabilmente si creerebbe una vetrificazione dell’area “tagliata” mentre sui blocchi e sulle incisioni questo “effetto collaterale” sembra non esser presente e tutti i tagli sono per cosi dire “vivi” se comunque si trattasse di una lavorazione a laser, questo dovrebbe essere di natura o tecnologia diversa da quelle attualmente conosciuta.
Restando nell’ipotesi laser, resta sempre l’interrogativo di dove siano finiti i “cascami” di scultura della roccia, ammesso e non concesso che la roccia mancante sia stata disintegrata dal raggio laser, ciò vorrebbe dire che si sarebbe sprecata energia e tempo in modo improduttivo.

Un altro sistema di lavorazione analoga a quella laser è il “taglio ad acqua”, questa tecnologia potrebbe adattarsi perfettamente al tipo di manufatti di Pumapunku in quanto questo tipo di taglio non creerebbe fenomeni di vetrificazione, però il problema degli scarti di lavorazione persiste e non trova spiegazione perché se pure i blocchi sono “scavati” da potentissimi getti d’acqua, gli scarti da qualche parte dovrebbero esserci, si potrebbe allora pensare che la lavorazione dei blocchi sia stata fatta da qualche altra parte e che l’area di Pumapunku non fosse altro che un’area di stoccaggio, certamente l’ipotesi della lavorazione a getto d’acqua è coerente con la particolare levigatura dei blocchi, la “gestione” di un getto d’acqua è più semplice rispetto la calibrazione di un fascio laser, comunque entrambe le tecnologie prevedono l’impiego di un sistema di controllo particolarmente complesso che in ogni caso non può essere gestito manualmente ma da un sistema informatico specifico o comunque da un computer; però se per molti versi risulta sorprendente il rinvenire blocchi di andesite perfettamente scavati e finemente rifiniti, l’idea di un sistema “CAD-CAM” e quindi un sistema tecnologico moderno anche se solo come ipotesi anche se supportato da forti indizi, risulta essere ancor più incredibile e di difficile accettazione, questo principalmente perché questo vorrebbe dire che quella che riteniamo essere una nostra tecnologia, retaggio del nostro ingegno e della nostra scienza, erano disponibili anche in un passato di cui non abbiamo nessuna memoria storica e quindi questo ridimensiona la concezione che abbiamo della nostra “modernità” del nostro egocentrismo e della presunzione dei primati dell’umanità.

Tornando ai blocchi di Pumapunku, un’altra ipotesi sulle modalità di realizzazione dei blocchi, specie quelli che risultano essere complessi da realizzare anche con le tecnologie industriali più all’avanguardia, come i blocchi “H” oppure le forature ad angolo retto o ad incrocio interno, potrebbe essere una tecnica non del tutto nuova, perlomeno per il grande pubblico, ossia la stampa 3D.
Esatto, oggetti stampati tridimensionalmente o per brevità concettuale la realizzazione di oggetti e/o prototipi tridimensionali, mediante il deposito stratificato di materiale, in modo più semplicistico si immagini una specie di TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) di un oggetto solido in cui ogni “fetta” viene stampata l’una sull’altra fino a ricostruire materialmente l’oggetto; per un maggiore approfondimento, si faccia riferimento a (http://reprap.org/wiki/RepRap/it).
L’impiego di questa “metodica” nella realizzazione dei blocchi di Pumapunku, potrebbe rivelarsi quella giusta, di fatto, sotto questa prospettiva, i problemi di scarti, cascami e residui di lavorazione non sussisterebbero più, inoltre non sussisterebbero particolari necessità di “stoccaggio” dei pezzi in quanto sarebbero stati realizzati esclusivamente nel numero e nelle dimensioni strettamente necessarie e ciò sarebbe coerente con “l’esigua” quantità di blocchi presenti nell’area, altro aspetto funzionale della “stampa 3D” è che la stampa avverrebbe nelle immediate vicinanze d’impiego dei blocchi se non addirittura stampati l’uno sull’altro.

Questo aspetto eliminerebbe del tutto il problema del trasposto dei materiali che essendo in forma di granulato, sabbia o polvere, potrebbe esser trasportato a grandi distanze a qualsiasi altitudine e con metodi più che tradizionali con il minimo sforzo; però come si suol dire, “non tutto è oro quel che riluce”, anche in questa ipotesi ci si scontra con delle problematiche tecniche o quantomeno con i limiti della nostra conoscenza, purtroppo i blocchi sono in granito e andesite, rocce di origine magmatica e particolarmente dure, dunque ipotizzando una “stampa” di questi blocchi, inevitabilmente ci si domanda come sia possibile realizzarne di artificiali con le stesse qualità, ma prima ancora come sia possibile ottenere granulati e sabbia da queste rocce.
Effettivamente il problema non è semplice da risolvere, forse con particolari tecniche acustiche, similmente al procedimento del litotritore per i calcoli biliari è possibile che si possa sgretolare quelle rocce, ma se la particolare resistenza di quei materiali è dovuta per l’appunto a fenomeni geotermici della crosta terrestre come sarà mai possibile “assemblare” nuovamente la roccia in un blocco, se pur modellato a piacimento o per le specifiche necessità?

Che forse i blocchi siano effettivamente in “simil granito e simil andesite” ottenuti con quella che potrebbe essere la famosa erba utilizzata da alcuni uccelli per fare il nido, che riuscirebbe ad ammorbidire le rocce e renderle modellabili?
Penso che l’ipotesi della “stampa 3D” dei blocchi di Pumapunku, ma anche delle altre strutture megalitiche di tutto il mondo sia l’ipotesi più aderente alla realtà dei reperti, seppure difficile individuare il procedimento, la tecnica potrebbe essere quella, si consideri la precisione dei geroglifici, dei bassorilievi, le sculture presenti su monumenti le cui pietre sono di granito, di diorite, di andesite, si pensi alle dimensioni ed al peso che blocchi monolitici che sarebbero stati spostati per centinaia e centinaia di chilometri, sollevati al di sopra di altri blocchi e posizionati con una precisione tale che è difficile eguagliare ancora oggi; pur non escludendo la possibilità di una tecnologia antigravitazionale, evidentemente sono due tecniche differenti e impiegate in modo congiunto, l’una per “il lavoro grossolano” e l’altro per il “lavoro di fino”.




Fine stesura 22 ottobre 2012

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3 risposte a Pumapunku – un’ipotesi fuori dagli schemi, oppure no?

  1. bruce ha detto:

    Ciao Alessio, ogni tanto mi faccio vivo.
    Argomento interessante.
    Le stesse riflessioni, però, le potremmo fare per le Piramidi e per il Sarapeum di Saccara tanto per citare due siti molto famosi attorno ai quali è fiorita molta letteratura.
    Tuttavia bisogna essere molto cauti nell’indicare direzioni previlegiate.
    Mi spiego.
    Il trasporto delle pietre.
    Fondamentalmente ci sono due certezze. Per sollevarle occorre una forza uguale e superiore. E per vincerla occorre una forza pari a quella esercitata dalla legge della gravitazione terrestre che è funzione delle loro masse e distanza, come saprai. O semplicemente superiore al suo peso.
    Dal momento che non vengono ipotizzati mezzi meccanici, questo significa che all’epoca “qualcuno” possedeva macchinari capaci di esercitare tale enorme forza, magari a levitazione magnetica.
    Ammettiamo che sia stata così.
    Ma la fisica ci dice che questo è possibile solo agendo sulla loro natura magnetica. E qualunque sia, magnetica o diamagnetica bisogna esercitare una grande forza per la orientazione dei loro domini. Allo stato attuale ciò non è possibile e razionalmente non poteva essere possibile nemmeno ad una civiltà remota per quanto evoluta.

    Tecnologia nelle lavorazioni.
    Io scarterei l’ipotesi aliena perché non c’è nessuna rappresentazione né rupestre né di scritti. Inoltre come te hai accennato, dovremmo trovare una pur minima traccia di questi macchinari usati da questi ipotetici “extraterrestri”. Niente. Niente di niente.
    Scomparsi. Come se li fossero portati indietro. Allora ci domandiamo il motivo di tutto questo darsi da fare sulla terra, solo a dimostrazione della loro “superiorità tecnologica”? O per strabiliare i popoli rozzi e ignoranti? A che scopo?
    Forse la soluzione è più semplice, ma che non sappiamo vedere, perché a tutti i costi non vogliamo che vederne una sola.

    Ciao e a presto.

    • phoo34 ha detto:

      Certamente Bruce, le stesse considerazioni valgono per tutti i siti megalitici e per tutte quelle strutture monumentali che a rigor di “tecno – logica” non trovano spiegazioni plausibili, perlomeno per le conoscenze che vengono attribuite alle civiltà a cui sarebbero riferite, egizi, maya, inca ecc. ecc., comunque sono tra coloro che ritengono che queste antiche civiltà si siano ritrovate queste strutture già belle e fatte e che se ne siano “appropriate” culturalmente se pur riflettendo anche in modo distorto le antiche funzioni e scopi delle strutture.

      Per quanto riguarda l’eventuale tecnologia antigravitazionale, in un passato assai recente, diversi personaggi avevano già scoperto e realizzato tecniche se pur grezze e rudimentali di antigravità, personaggi come John Worrell Keely, Edward Leedskalnin, Viktor Schauberger, Thomas Townsend Brown, John Hutchison e forse anche Nikola Tesla tra i suoi esperimenti con la corrente ad alte tensioni si imbatté in fenomeni di levitazione e antigravità, ora se ricercatori e scienziati del secolo scorso avevano conseguito questi risultati e qui faccio una ipotesi, è possibile che civiltà precedenti e molto più antiche di quello che si possa pensare avessero avuto una dimestichezza con questa “materia”?

      Certamente rispetto la fisica “tradizionale” ci sono delle cose che risultano essere impossibili, ma seguendo quello che seppur in linea teorica ci suggerisce la teoria delle stringhe o più complessivamente delle membrane, la gravità sarebbe un fenomeno trans dimensionale, quindi manipolando determinate energie sarebbe possibile alterare gli effetti gravitazionali in modo circoscritto ed in funzione a precisi scopi, come spostare un semplice sasso o una intera montagna con la stessa facilità.

      Circa le ipotesi che ho formulato sulla lavorazione dei blocchi di Puma Punku, ho solo provato a cercare quello che si definirebbe “l’attrezzo giusto” tra quelli a noi disponibili e comunque se presi singolarmente si rivelano inidonei alla particolare lavorazione, ma se utilizzati congiuntamente il risultato potrebbe essere quello che effettivamente si osserva nei blocchi,; per l’ipotesi aliena, forse sono uno dei pochi che preferisce l’origine terrestre dei manufatti a quella aliena per il semplice fatto che nei milioni di anni dell’esistenza della vita su questo pianeta, ritengo che sia possibile, anzi estremamente probabile che si possano essere evolute altre specie al livello di “sapiens sapiens” e a livelli superiori, con questo non escludo che questi non possano esser venuti in contatto con specie aliene o che non abbiano stabilito insediamenti su questo pianeta instaurando una sorta di “scambio culturale” e quando questo scambio è cessato, si sarebbero portati via “baracca e burattini”.

      Ciao Bruce e grazie del commento

      • bruce ha detto:

        Ciao Alessio
        Sinceramente anch’io ero uno che ipotizzava questi manufatti a civiltà pre esistite (o addirittura provenienti dal futuro) e scomparse per qualche motivo. Ma poi mi sono domandato: quando e perché.
        E proprio qui che mi sono venuti molti dubbi.
        Certamente queste ipotetiche civiltà evolute ne hanno avute di tempo per sviluppare un tecnologia al nostro pari e forse superiore. Però mi domando, l’archeologia non ci ha portato nessuna testimonianza concreta eppure siamo in grado di trovare resti di dinosauri risalenti a milioni di anni addietro.

        Forse questi nostri antenati abitavano la terra ancora prima? Non so.
        I primi trilobiti risalgono a 500 milioni di anni, i primi rettili 300 milioni, la prima estinzione di massa 250 milioni, i primi dinosauri 200 milioni, la loro estinzione 65 milioni, gli Australopitechi apparvero per la prima volta all’incirca 4 milioni di anni fa.
        Allora quando?

        Ancora prima? Ma sappiamo che le condizioni chimico-fisiche prima di 500 milioni di anni fa erano inadatte all’esistenza di ogni forma vivente evoluta.
        Insomma un bel dilemma nemmeno spiegabile con l’assorbimento di queste civiltà con la subduzione della crosta terrestre per il semplice fatto che queste civiltà dovevano essere equamente distribuite in tutto il pianeta.
        Sarà il tempo a darci risposta. Non pensi?
        Un caro saluto
        Bruce

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