Come costruire un pianeta artificiale

L’idea di scrivere questo intervento trae origine dalla teoria della terra cava, dalle dicerie sulla nostra luna, e sui satelliti di Marte che secondo alcune ipotesi non sarebbero corpi celesti “naturali” ma strutture artificiali cave; presumendo la fondatezza di tali affermazione e sorvolando sul chi le possa aver realizzate e per quali scopi, quello che più mi interessa è vedere o quantomeno immaginare come e se sia possibile realizzare strutture di quel tipo, impiegando le conoscenze e la tecnologia che già è disponibile.
Certamente l’idea di poter creare o costruire un pianeta o quantomeno un satellite artificiale dalle dimensioni degne di appellarsi satellite, sotto molti punti di vista potrebbe essere estremamente utile, non solo per l’apprato industriale ma anche per l’infinità di applicazioni che questa struttura permetterebbe di realizzare a costi irrisori se paragonati per realizzarli sul pianeta, senza considerare le innovazioni nel campo dei materiali che permetterebbe la realizzazione di materiali innovativi con qualità e caratteristiche mai viste in precedenza e su cui possiamo soltanto fantasticare.

Ovviamente, l’idea di costruire un planetoide artificiale è pura teoria, però contrariamente a quanto si possa pensare, potrebbe rivelarsi assai meno teorico e costoso del previsto, seppure realizzare una tale meraviglia si dimostri più economico rispetto a quanto ci si aspetterebbe e ciò grazie all’enorme aiuto che darebbe Madre Natura, occorre disporre di risorse iniziali che comunque sarebbero ingenti, dopo tutto si tratta di costruire una luna artificiale anche se di dimensioni ridotte e questo inevitabilmente porta al coinvolgimento di tutte le nazioni del pianeta, oltre per il concorso nel fornire le risorse, anche e sopratutto per quanto riguarda l’unità di intenti nella gestione della neo luna e le attività che su di essa verrebbero stabilite, certamente le prospettive dei progressi scientifici e tecnologici con la conseguente crescita esponenziale di opportunità in ogni settore che si creerebbero con l’avvento del satellite artificiale, potrebbe essere la molla affinché tutto quello che divide le nazioni, le classi sociali, gruppi etnici e/o religiosi, possano essere superate e diventare un ricordo e fare da collante per una vera unitarietà del genere umano per dare cosi il via ad una nuova era, saltando a pie pari le questioni di “realpolitik” e le problematiche che si dovranno affrontare per mettere accordo l’intero mondo su di una impresa cosi ambiziosa, vediamo quali potrebbero essere gli stadi per la realizzazione di una luna artificiale.

Sgombrando, per quanto possibile, il campo dagli eccessi fantascientifici e sfruttando al massimo le conoscenze di cui disponiamo nei più disparati campi scientifici, vediamo di dare forma a questo progetto ambizioso e senza ombra di dubbio, mostruosamente presuntuoso che sicuramente sotto un’ottica biblica sarebbe assai più blasfema della torre di Babele.
Procedendo come per un qualunque progetto vediamo di fare mente locale sul come procedere e su quello che ci occorre per realizzare l’impresa; come accennato, si parte dal presupposto che madre natura, concorra in modo sostanzioso alla realizzazione del progetto, ma su quali basi si fonda una tale affermazione?
L’idea probabilmente potrà apparire piuttosto fantasiosa e con sfumature da fumetto, ma potrebbe rivelarsi un sistema estremamente pratico, rapido ed economico, almeno rispetto la realizzazione di stazioni spaziali orbitali tradizionali, sempre ammesso che ad oggi, si possa già parlare di sistemi tradizionali nel campo dell’edilizia spaziale; in sintesi l’idea è quella di sfruttare le linee di forza di un campo magnetico come linee guida su cui disporre quello che potrebbe essere lo scheletrato della struttura portante del satellite e questo sfruttando i materiali che si trovano già nello spazio.

Hoibò! Quale diavoleria si sta inventando questo tizio? Nulla di nuovo, è già stato inventato tutto, diciamo che provo ad immaginare ad utilizzare quello che già esiste in modo alternativo; dunque l’idea è quella di impiegare le linee di forza di un campo magnetico alla stregua di un piano, detta così, la cosa sembra essere semplice, ovviamente non lo è affatto, ma allo stesso tempo è meno complicata di quello che a priori si potrebbe dire.

Procediamo per gradi, è evidente che il progetto è presuntuoso e venato di megalomania, ma penso che a volte occorra avere una prospettiva visionaria e forse anche folle nel immaginare qualcosa che nessuno ha mai immaginato in precedenza, ovviamente l’idea non è quella di realizzare una stazione spaziale simile alla morte nera di Star Wars, ma un pianeta o una luna in miniatura vera e propria con un diametro di un chilometro e mezzo o due costituita da rocce e minerali, su cui si possa stabilire anche se in modo graduale e progressivo una biosfera permanente ed autosufficiente se pure racchiusa all’interno di una serra; stando al progetto, creare un campo magnetico che abbia un “raggio d’azione” di un paio di chilometri risulta essere piuttosto impegnativo e complesso, anche se essendo nello spazio l’assenza della gravità terrestre potrebbe amplificare gli effetti elettromagnetici, il problema principale è che con l’attuale tecnologia produrre l’energia sufficiente per un campo elettromagnetico di quelle dimensioni non è adeguata, anche facendo ricorso ad un massiccio impiego di pannelli fotovoltaici, accumulatori, trasformatori, messi in serie e in parallelo al fine di ottimizzare tensioni e voltaggi, immaginando anche la possibilità di ibridazione dei pannelli solari in o con strutture speciali capaci di amplificare e ottimizzare l’effetto termoelettrico (effetto Seebeck) raddoppiando o triplicando l’energia prodotta, questa non basterebbe.

Ma cosa ha in mete questo qua? Effettivamente me lo sono chiesto anche io, ma come ho detto, un po di lucida follia aiuta ad allargare gli orizzonti, tornando al nostro campo elettromagnetico, il suo scopo è quello di attrarre a se il materiale ferroso che fluttua anello spazio, in questo modo attorno al campo elettrico si formerebbe uno strato similmente a come la limatura di ferro si dispone su di una calamita, inoltre questo accumulo ha una duplice funzione, da una parte l’accumulo dei materiali aumenta la massa e dall’altro essendo il materiale ferroso, questo si magnetizza aumentando la forza attrattiva del campo magnetico; la particolarità di questa fase iniziale è che il ferro molecolare essendo sostanzialmente polvere probabilmente più fine del famigerato PM10, può essere modellato come si farebbe con della sabbia, in un secondo tempo la struttura potrebbe essere consolidata tramite surriscaldamento elettrico o tramite le radiazioni solari, concentrate con particolari sistemi ottici, questa “lavorazione” conferirebbe alla struttura una maggiore magnetizzazione in quanto le particelle ferrose sarebbero disposte in modo ordinato e polarizzate in modo ottimale.

Dopo aver dato una sintetica panoramica sul come e sui principi su cui si basa questa mia idea, cerchiamo di dare una maggiore concretezza al “progetto”, come detto il problema principale ed il fulcro su cui “ruota” l’intero impianto è la questione dell’energia; in relazione a quanto detto prima circa i pannelli fotovoltaici, si impone trovare una fonte energetica o un sistema per produrla in quantità, ad un costo irrisorio e che in più possa funzionare nello spazio.
In linea di principio uno dei sistemi “papabili” è quello del “satellite a guinzaglio” o tethered, presumendo che la molteplicità delle problematiche relative a questo sistema vengano risolte in un futuro prossimo imminente, ci sono alternative che potrebbero rivelarsi di una più immediata applicabilità e realizzazione; il primo è quello di rivisitare ed aggiornare gli studi ed i progetti che furono realizzati a suo tempo da Nikola Tesla circa la trasmissione dell’energia elettrica in modo “wireless”(esperimento di Colorado Springs) , ovviamente gli apparati dovranno essere studiati e dimensionati per una trasmissione extra planetaria, la particolarità di questo sistema, che potrebbe rivelarsi il cosi detto “uovo di Colombo”, oltre a liberare il cantiere spaziale dalle necessità di strutture specifiche per la generazione di energia elettrica, ne semplificherebbe l’intero asset strutturale e conseguentemente ridurrebbe le necessità di qualsivoglia risorsa, velocizzandone la realizzazione.
Anche in questo caso ci sono dei però e dei ma, quando si parla delle invenzioni di Nicola Tesla, tralasciando quell’alone di mistero che aleggia attorno alle innovazioni dello scienziato austriaco, (all’epoca i territori erano parte dell’impero austroungarico) probabilmente create per costituire una cortina fumogena attorno alle importanti innovazioni e metodologie in ambito energetico assai avanzate anche per oggi, quindi è assai probabile che chi detiene i cosi detti “diritti” su queste metodiche sia piuttosto restio a cederli e quindi il sistema per quanto funzionale sia, non è disponibile per “l’implementazione” nel presente progetto.

Un altro sistema anche se decisamente più complicato e ovviamente costoso, più che altro per le inevitabili necessità di realizzazione sarebbe quella di costruire una centrale a vapore nello spazio; è vero l’idea di una centrale a vapore spaziale ha il tono e le sfumature da “fantascienza vintage”, ma sostituendone i sistemi di alimentazione tradizionali con l’energia solare, si potrebbero produrre quantità di energia elettrica in quantità superiori anche alle necessità operative, si deve tenere presente che essendo nello spazio, la luce solare o più precisamente le radiazioni solari, non essendo schermate e filtrate dall’atmosfera, hanno un potere energetico decisamente superiore che non hanno la necessità di dover essere concentrate con sistemi di specchi o lenti, energia che verrebbe sfruttata in modo pressoché totale nel processo di scambio termico, scambio che oltremodo potrebbe essere implementato con sistemi per ottimizzare e sfruttare dell’effetto Seebeck di cui avevo accennato in precedenza.

E’ ovvio che la centrale a vapore spaziale assomiglierebbe, almeno nella concezione strutturale ed impiantistica ad una centrale nucleare, questo perché si rendono necessari se non indispensabili comparti stagni particolari e specifici per l’operatività vera e propria per il funzionamento delle turbine e per il recupero dell’acqua, che comparti normali, per le più che consuetudinarie attività di assistenza e manutenzione degli impianti; ho esplicitamente fatto riferimento ad una centrale nucleare, perché di fatto essendo le radiazioni solari particolarmente energetiche, queste lo sono anche sotto l’aspetto radioattivo e quindi ipotizzare che lo scambio termico possa avvenire in modo diretto, sarebbe disastroso in tutti i sensi e quindi si impone la necessità di impiegare il sistema di scambio termico utilizzato nelle centrali nucleari per impedire cosi ogni forma di contaminazione radioattiva, per quanto minima possa essere.
Un’ulteriore accortezza che deve essere presa in considerazione e resa operativa è che il sistema di turbine deve essere costituito da almeno tre turbine identiche disposte lungo i tre assi cartesiani, in questo modo l’effetto giroscopico manterrà la posizione della centrale termica e di tutte le strutture ad essa agganciate conferendo una maggiore stabilità a tutta la struttura ed in linea teorica creando una sorta di gravità artificiale, perlomeno nel baricentro comune delle tre turbine.

Facciamo un salto in avanti a quando la questione energetica è stata risolta tramite uno o più dei sistemi ipotizzati o combinazioni di questi con altri e torniamo al nostro progetto; considerando che le nostre intenzioni sono quelle di creare un campo elettromagnetico funzionale ad attrarre il maggior quantitativo di materiale ferroso e al contempo utilizzarlo per “dare forma” alla struttura del planetoide, seguendo queste direttive, occorre stabilire quale forma dare all’elettromagnete spaziale, questo perché se pure in linea di principio il campo magnetico assume una forma o più precisamente si espande in modo sferico attorno alla sorgente elettrica, occorre seguire il principio dell’ottimizzazione assoluta per sfruttare al massimo ogni risorsa, per questo motivo la forma dell’elettromagnete dovrebbe essere di forma toroidale, perché questa conformazione ha capacità di autoinduttanza rispetto un elettromagnete lineare e quindi a parità di energia impiegata una maggiore intensità del campo magnetico.
Dato che il principio a cui ci dobbiamo attenere è quello dell’ottimizzazione al massimo lo sfruttamento di ogni risorsa, va da se che ogni elemento, ogni parte e componente della nostra struttura possa essere reimpiegata più e più volte e quindi si impone una visione e strutturazione modulare di tutto l’impianto nell’ottica che debbano essere utilizzate similmente ad una piattaforma su cui costruire la struttura permanente della luna artificiale e che una volta realizzata debba poter essere smontata ed impiegata per altri scopi ed impieghi.

Considerando che il ferro è tra i materiali che hanno origine dai cicli di nascita e morte di una stella, ciò fa presupporre che sicuramente è uno dei materiali più comuni che si possono trovare nello spazio, ora in considerazione del fatto che non tutto il materiale ferroso viene “impiegato” nella creazione del sistema planetario, in linea teorica, una parte piuttosto cospicua di questo materiale, resta fluttuante nello spazio interplanetario; come accennato, il campo magnetico artificiale serve proprio per “catturare” parte di questo ferro ed impiegarlo nel nostro progetto, dato che quasi sicuramente il ferro è sotto forma di frammenti o micro particolato, questo lo rende ottimale per essere utilizzato per creare in modo semplice e veloce le strutture portanti o se si vuole lo scheletrato della nostra luna artificiale sfruttando per l’appunto le linee di forza del campo magnetico.
Una volta “creata” la sezione o il blocco della struttura, la si rende stabile sottoponendola ad alte temperature sfruttando e concentrando la luce solare, c’è da dire che seppure il metallo non viene sottoposto a processo di isteresi, in una certa misura manterrà un grado di magnetizzazione seppure minimo anche dopo che l’elettromagnete viene spento, questo perché le particelle essendo state “fuse” in uno stato di allineamento con le linee di forza del campo magnetico, rende ciò che ne risulta qualcosa di molto simile alla magnetite ed in questo modo conferendo alla struttura un campo magnetico vero e proprio, proprio.

Proseguendo nella nostra avventura ingegneristica, immaginiamo di aver concluso la fase della realizzazione del complesso della struttura portante della nostra luna in miniatura; seppure i lavori cominciano a dare forma e concretezza al progetto, di fatto siamo ben lontani dalla realizzazione dei nostri intenti, oggettivamente ci troviamo difronte ad uno scheletro sospeso nello spazio orbitante attorno alla terra e che ha assorbito già grandi risorse, nonostante l’aspetto precario, la struttura fin da ora può ospitare strutture per la ricerca e lo sviluppo scientifico e tecnologico da parte di istituti e aziende, quindi essere per cosi dire “operativa” e cominciare a creare quel flusso di ricadute tecnologiche in campo industriale e quindi volano per un progresso complessivo della società; ovviamente in questa fase le strutture e gli ambienti adibiti per queste attività saranno simili se non uguali a quelli che attualmente sono implementate sulla I.S.S., anche se rispetto quelle sarebbero decisamente meno anguste e probabilmente più a misura d’uomo similmente a dei prefabbricati assemblati che assomigliano a container.

Stando a quanto illustrato fino ad ora, si ha l’impressione che tutta questa grande novità non ci sia, eccettuata l’idea di sfruttare un campo elettromagnetico per il materiale ferroso disperso nello spazio per impiegarlo come armatura, di fatto si sta procedendo con i “canoni tradizionali” installando moduli interconnessi come avviene per la stazione spaziale internazionale; è vero, per molte delle fasi di realizzazione del progetto è indispensabile seguire ed applicare questo “concept” per il solo e semplice motivo che è l’unico con cui è possibile operare in un ambiente estremo come lo spazio, almeno fino a quando non sarà realizzato un guscio attorno allo scheletro; il guscio, inizialmente servirà come scudo per i moduli ambientali dalle intense radiazioni spaziali, ma di fatto sarà l’elemento costitutivo di quello che sarà il grande contenitore al cui interno, verranno realizzati i vari comparti e livelli.
Bene ed allora come si intende procedere per realizzare questo guscio e sopratutto con quali materiali?
Tenendo sempre ben presenti i presupposti su cui si basa il progetto, la risposta è quella di utilizzare tutto ciò che è possibile trovare in “loco” cioè, nello spazio, anche se nell’accezione comune si ritenere lo spazio vuoto, in realtà è pieno di materiali, se si considera che la quantità di materia che precipita sulla terra ogni anno va dalle 37 alle 78 tonnellate, (fonte dell’informazione: http://curious.astro.cornell.edu/question.php?number=470) si può immaginare la quantità di materia disponibile per il “guscio”; per averne una idea si faccia riferimento alla casistica delle meteoriti (http://en.wikipedia.org/wiki/Meteorite_fall_statistics#References).

Se per quanto riguarda i materiali ferrosi il campo magnetico è un ottimo sistema di “acquisizione”, per i materiali rocciosi, sorge qualche problema in più, ma non sono insormontabili, occorre un po più di ingegno e in pizzico di “follia”; un’idea, per quanto approssimativa ed infantile potrebbe essere è quella di impiegare delle navette cargo dotate di “retino” per catturare il materiale fluttuante nello spazio o magari stendere delle “reti a strascico” e pescare per cosi dire il materiale che poi verrà tratto a bordo delle navette similmente a come avviene sui pescherecci d’alto mare, certo l’idea è piuttosto empirica, ma potrebbe funzionare, ovviamente la rete dovrà essere realizzata con materiali piuttosto resistenti, dopotutto anche se si tratta di micro meteoriti, questi viaggiano ad una velocità decisamente elevata, forse e qui faccio un’ipotesi, il materiale ideale potrebbe essere il kevlar che notoriamente è impiegato anche per i giubbotti antiproiettile.
E’ ovvio che il materiale recuperato, dovrà essere inizialmente separato per tipologia e qualità, quindi, stoccato per realizzare i blocchi che costituiranno il nostro guscio; in questa fase ci si trova di fronte ad una molteplicità di problematiche, da quel che se ne so, non credo che qualcuno abbia mai provato ad impastare ed utilizzare del cemento in assenza di gravità, considerando per l’appunto le difficoltà tecniche e pratiche si spalanca la porta su quella che potrebbe essere una nuova branca dell’ingegneria, dei procedimenti e dei materiali per l’edilizia tutti da inventare e sperimentare, alcune mezze idee sul come ; da quanto immaginato fino ad ora, si intravvedono le grandi potenzialità, le prospettive di sviluppo e progresso in moltissimi campi non solo sotto il profilo tecnologico e scientifico, ma anche in ambito lavorativo e delle nuove professionalità che scaturirebbero dalla realizzazione del progetto.
Certamente l’assenza della gravità è un fattore che condiziona notevolmente tutte le attività, imponendo inevitabilmente tutta una serie di precauzioni, a cominciare dal turnover del personale, che in caso di una permanenza eccessiva, incapperebbe in gravi problematiche sanitarie (decalcificazione), quindi si rende assolutamente necessario creare una gravità artificiale il più possibile simile quella presente sulla terra; sgombrando il campo dall’equivoco che per simulare la gravità sarebbe sufficiente l’impiego di calzature magnetiche e questo perché di fatto dei magneti, si potranno aderire su una superficie metallica ferrosa e dare l’impressione alla persona di una concreta e maggiore stabilità, ma in pratica la gravità resta assente e quindi tutte le fenomenologie connesse a tale ambiente.

La generazione di un campo gravitazionale riveste per il progetto un fattore importante, anche se inizialmente si potrebbe sfruttare la forza centrifuga come immaginato nei progetti di stazioni spaziali da Von Braun, la “fascia utile” di questa gravità rispetto il resto della nostra struttura sarebbe estremamente esigua e limitata alla fascia equatoriale, però essendo il progetto in un divenire continuo, tutto fa brodo e quindi sfrutteremo anche questo sistema che permetterà una permanenza maggiore del personale nello spazio, almeno fino a quando non si sarà installato un “sistema a gravitoni” con il quale si potrebbe, in linea teorica stabilire una gravità vera e propria uguale a quella che abbiamo sul nostro pianeta; si potrebbe obbiettare che tutto sommato la forma ottimale di una base spaziale sia proprio quella toroidale o a cilindro poiché creare la gravità artificiale per queste strutture è più semplice grazie alla possibilità di gestire e sfruttare appieno la forza centrifuga impressa alla struttura, dunque perché complicarsi la vita cercando di realizzare una stazione spaziale sferica?
Come ho detto, ci vuole un pizzico di follia e sono convinto che questo progetto visionario si possa concretizzare nella realtà e sono altrettanto convinto che nei prossimi decenni, 21 dicembre 2012 permettendo, la tecnologia disporrà di strumentazione idonea a controllare e gestire i gravitoni sfruttandone le caratteristiche e qualità anche per generare una gravità vera e propria e non solo su una base spaziale ma anche come avviene nei film di fantascienza, comunque tornando al quesito del perché realizzare una stazione spaziale sferica è perché la forma sferica oltre ad essere simile alla naturale struttura di un pianeta, permette di ricreare i cicli di luce e buio e sempre in prospettiva, installare delle serre sulla superficie esterna che oltre a produrre il sostentamento alimentare, saranno vere e proprie fabbriche di ossigeno aumentando cosi l’autonomia della struttura ed in questo modo riducendo i costi di trasporto dalla terra alla stazione; inizialmente le serre saranno più che altro silos o vasche di alga clorella, notoriamente dalle qualità nutritive elevate che cominceranno a creare le basi per la biosfera, in un secondo tempo, quando la biosfera avrà raggiunto una stabilità, sarà possibile installare colture idroponiche di vegetali, cereali e frutta da serra aumentando cosi la varietà di alimenti e rendendo la permanenza più confortevole, inoltre il progredire e l’espandersi della flora “autoctona” permetterà l’ottimizzazione del riciclo dell’anidride carbonica che inevitabilmente aumenterà proporzionalmente all’aumentare del personale dislocato.

In prospettiva, ovviamente in una fase avanzata o finale della realizzazione della nostra luna, se non dopo il suo completamento, sarà possibile anche collocare strutture di pescicoltura e avicoltura ed in questo modo riducendo ulteriormente la necessità degli approvvigionamenti terrestri e quindi i costi; un aspetto che non deve essere assolutamente sottovalutato, anzi, anche che ritengo debba essere il problema a cui occorre dare fin da subito delle soluzioni è quello della “microbiologia spaziale”, questo perché se si intende utilizzare il materiale roccioso nel processo di terraforming del satellite occorre trovare soluzioni all’eventuale presenza di microorganismi come virus e batteri dei materiali rocciosi recuperati, contrariamente a quello che si può pensare, il materiale disperso nello spazio non è assolutamente sterile, anzi la presenza di microorganismi elementari come microbi e batteri potrebbe essere la normalità e quindi oltre a contaminare e risultare devastante per lo sviluppo di una biosfera a misura d’uomo rivelarsi letale per gli astronauti, sancendo cosi il fallimento del progetto di un satellite terra-formato.

Questo aspetto, potrebbe rivelarsi un ostacolo piuttosto grande e non solo per quanto riguarda la terra formazione della nostra luna artificiale, ma anche per le future colonizzazioni del nostro satellite naturale e quella di Marte, il problema che ci si trova a dover risolvere è come si possa inibire o eliminare forme di vita che di fatto sono in uno stato di sospensione da milioni se non miliardi di anni in un ambiente ostile ed estremo come lo spazio; qualunque trattamento potremmo impiegare per trattare il materiale roccioso, per il materiale genetico, sarà un “miglioramento” delle condizioni originarie e quindi costituire le condizioni per il loro sviluppo, quindi non resta che gestire lo sviluppo di questa flora in modo da renderla innocua magari impiegando l’ibridazione con ceppi “terrestri” o sfruttando l’ingegneria genetica per renderla funzionale a specifici processi industriali; l’aspetto che potrebbe rivelarsi il tallone di Achille è che la varietà di batteri e microbi spaziali possa essere estremamente varia e diversificata a tal punto che un trattamento “globale” potrebbe rivelarsi impossibile da realizzare e non solo per una questione di costi, se questa possibilità si dovesse rivelare concreta, l’intero progetto potrebbe essere vanificato o quantomeno estremamente ridimensionato, perlomeno per quanto riguarda la possibilità di impiego dei materiali spaziali.

Riprendendo l’interrogativo iniziale, emerge che nonostante manchino all’appello alcune tecnologie o forse più precisamente una metodica applicativa delle stesse, gli strumenti e la conoscenza per realizzare un’impresa del genere è sostanzialmente già disponibile, come accennato, il terreno più accidentato del percorso per realizzarla è quello relativo all’unità di intenti delle diverse nazioni che costituiscono o costituiranno l’assetto geopolitico, l’aspetto economico ovviamente potrebbe essere superato anche abbastanza agevolmente, anzi una tale iniziativa potrebbe rivelarsi il volano per una ripresa dell’economia globale, sempre ammesso e non concesso che coloro che gestiranno l’intero asset si intendano realmente di economia e non come i tanti anzi troppi presunti odierni, incensati, quasi deificati strateghi dell’economia che di economia non capiscono un “tubo”, per non essere volgare e ancor meno di come si gestisce ed amministra un bilancio, sia esso familiare, aziendale, comunale o di una nazione.
Mi sia concessa “licenza polemica”, fintanto che figuri che sembrano aver “ingerito” una cannuccia di verto, figuri che non hanno mai sentito o toccato con mano la realtà dell’economia reale, figuri che considerano l’economia solo ed esclusivamente da una concezione strettamente teorica e sotto il profilo dei flussi monetari, pregni di prosopopea e presunzione e con fare passivo aggressivo, bhé questi finti mansueti, saranno di ostacolo a questo come tanti altri progetti di sviluppo.
E’ indubbio che i presupposti a finché realtà che possono spingere l’umanità ad un progresso tecnologico, scientifico e sociale si possano concretizzare e che siano accessibili alla globalità dell’umanità, occorre un radicale cambiamento del modo di vedere e considerare la nostra società e gli scopi per cui essa esiste, ma sopratutto si rende indispensabile che personaggi che rientrano nell’identikit fatto in precedenza, siano resi inerti e che debbano divenire un ricordo coperto dalla polvere della vergogna e della storia; a tale proposito, vorrei segnalare questo video, che ritengo dia una buona interpretazione del come mai l’egoistica incompetente cecità di una classe politica e dirigenziale ha portato il pianeta in questa situazione di collasso generale; per quanto riguarda il nostro paese, è più che palese che questo stato di cose ha raggiunto lo “stato dell’arte” l’incompetenza, l’approssimazione associate a interessi di parte e personali hanno portato alla stanza dei bottoni personaggi il cui operato e le cui scelte li renderebbero rei di alto tradimento e crimini contro l’umanità, perché se è un crimine contro l’umanità l’impiego di armi di distruzione di massa è altrettanto vero che l’utilizzo degli strumenti politici ed economici come arma è un crimine forse peggiore poiché finalizzato alla sola strumentale acquisizione di potere.
Il video è decisamente lungo, quasi tre ore ed in alcuni passaggi forse un po monotono e ostico, ma penso che valga la pena quantomeno prendere visione delle protettive che emergono da esso.

Come da consuetudine lascio alcuni riferimenti che potrebbero tornare utili per approfondire:


Fine stesura 20 novembre 2012

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Informazioni su phoo34

Curioso, impertinente ed irriverente, prendere le cose di petto onde evitare malintesi; come per un buon vino, serietà ma con moderazione. Non uso più Skype/Messanger o similari per questioni di privacy!!! :-(
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2 risposte a Come costruire un pianeta artificiale

  1. Deker ha detto:

    Ciao Alessio, ho letto con grande curiosità questo articolo e lo trovo molto interessante anche per le idee che esponi, tra quelle che più mi hanno incuriosito c’è quella sul come impastare il cemento nello spazio, credo sia una bela sfida da superare, se si pensa che lo si dovrebbe fare senza acqua.
    Un’altra cosa che volevo chiedere è se l’iidea della centrale a vapore possa funzionare realmente nello spazio o si tratta solo di una fantasia, la mancanza di gravità non impedisce che l’acqua vada in ebollizione perciò niente vapore?

    • phoo34 ha detto:

      Sicuramente di problemi per impastare il cemento in assenza di gravità è già di per se un bella sfida, ma pretendere di prepararlo anche senz’acqua mi sembra un po troppo non credi?
      Sicuramente per preparare dei conglomerati funzionali alle esigenze illustrate nell’intervento si potrebbero impiegare resine e/o prodotti bi-componenti, tutto è da sperimentare, comunque alcune idee sul come si potrebbe impastare una sorta di cemento spaziale sono già in cantiere.

      Per quanto riguarda i dubbi sulla funzionalità della centrale a vapore, sono più che convinto che possa funzionare, come accennato nell’intervento, occorrerebbe rivisitare lo schema impiantistico di una centrale atomica e con questo intendo dire che al posto del reattore, delle barre di controllo e del relativo circuito per lo scambio termico si potrebbe implementare uno specifico circuito a sale, che fondendo assume le qualità di un fluido e con le temperature che si possono raggiungere con le radiazioni solari dirette e non filtrate dall’atmosfera dovrebbero superare tranquillante il punto di fusione del sale.
      L’assenza di gravità non dovrebbe influire sui fenomeni fisici di ebollizione, l’importante è che nei circuiti vi siano livelli di pressione idonei ad ottimizzare i livelli naturali per l’ebollizione; comunque si tratta di qualcosa che va “adattato” o rielaborato per l’habitat spaziale, ritengo inoltre che sarebbe decisamente più sicuro che orbitasse sulle nostre teste una centrale a vapore piuttosto che una centrale atomica seppure dalle performance e dagli standard più avveniristici, non pensi anche tu?

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