L’energia elettrostatica la forza dell’universo?

Proseguendo l’approfondimento degli aspetti pratici sul come realizzare un pianeta o un satellite artificiale con le caratteristiche più simili a quelle di uno naturale, si pone il problema del come acquisire il materiale che fluttua nello spazio, come esposto nell’intervento “Come costruire un pianeta artificiale” se per il recupero dei materiale ferrosi si potrebbero impiegare elettromagneti ed aggiungo, “navette mietitrici” che setacciano lo spazio con pettini magnetici, per quanto riguarda il materiale roccioso non metallico, la faccenda si complica.
Ipotizzando “navette mietitrici” che girovagano per lo spazio cercando di catturare la polvere e i detriti spaziali come una sorta di grandi aspirapolvere e seppure l’idea possa in linea di principio funzionare, i costi di un tale sistema sarebbero esorbitanti anche rispetto quelli del trasporto dei materiai direttamente dalla superficie terrestre, anche se inizialmente si potrebbe impiegare questa metodica, alla lunga non sarebbe economica ne particolarmente “produttiva”, quindi si impone la necessità di escogitare un qualche altro sistema che sia al contempo pratico, semplice, ma sopratutto sotto il profilo dei costi estremamente contenuto.

Come sempre, il principio ispiratore che si deve seguire è quello di ottimizzate e sfruttare al massimo tutto ciò che si dispone, materiale, mezzi ma sopratutto il bagaglio culturale e scientifico; come accennato in un’altra sede e che ribadisco in questa, ritengo che le conoscenze scientifiche e tecnologiche per realizzare questo tipo di cose è già disponibile, occorre declinarle in funzione delle necessità e dei bisogni, ora tornando ad immaginare un sistema più funzionale per il recupero della materia spaziale rispetto l’ipotesi delle “mietitrici” ed applicando alcune conoscenze di fisica, si potrebbe trovare il cosi detto “uovo di Colombo”.
Fin da bambino ero affascinato dalle calamite e da quella che sembrava una magia, un pezzo di ferro che ne attirava a se un altro come se il primo avesse delle braccia invisibili che si allungavano per catturare il secondo, restavo stupito anche del fatto che questa “magia” non potesse realizzarsi con altri materiali, poi come capita sui banchi di scuola giocherellando con il “necessaire” dell’astuccio, si scoprono i primi “giochini”, tra i più classici, c’era quello di strofinare il righello sul grembiule (ai miei tempi era d’obbligo) e trasformarlo in una calamita per i pezzettini di carta e facendo a gara con gli altri a chi riuscisse a farli rimanere attaccati il più a lungo possibile, ovviamente con il disappunto del maestro perché ci si distraeva da quanto stava insegnando.

Anche questa cosa aveva un alone magico al pari della calamita, anche se era necessario sfregare energicamente il righello e gli effetti erano temporanei, in un ceto qual modo e con gli occhi di un bambino, i due fenomeni sembravano gli stessi; certamente poi con l’apprendimento si scopre che seppure gli effetti sono assimilabili, di fatto sono conseguenti a principi fisici differenti o quantomeno di natura differente; un altro tassello acquisito in tempi differenti e che mi suggerisce che l’idea che esporrò, per quanto balzana possa sembrare a prima vista, possa funzionare è relativa ad una scena del film, credo che fosse “Odissea nello spazio 2010” sottotitolo, l’anno del contatto, la scena in particolare è quella in cui uno degli astronauti della missione di recupero dell’astronave odysse discovery, avvicinandosi al portellone d’ingresso, per accedere alla maniglia di apertura sposta della polvere che si era depositata sopra.
Seppure sotto un profilo scenografico la cosa ha avuto un impatto notevole, perlomeno per me, a prima vista si è indotti pensare che sia solo un escabotage cinematografico, ma in realtà dietro quella fugace scena, si cela un principio fisico reale e concreto, l’elettrostatica.
Facendo mente locale sulla differenza tra elettromagnetismo e carica elettrostatica, proprio quest’ultima ha una maggiore analogia fenomenologica con gli effetti della gravità e questo proprio perché coinvolge materiali non ferrosi, seguendo questa prospettiva, si potrebbe impiegare questa particolare forma di energia tramite uno speciale e adeguato generatore di Van Der Graft realizzato con materiali dalle qualità intrinseche che ne amplifichino le capacità nel generare la differenza di potenziale fino a raggiungere alcune decine di milioni di volt.

Stardust attractor

Lo scopo di questo particolare generatore ovviamente non è creare “fulmini spaziali” che potrebbero avere delle grosse controindicazioni, perché le ripercussioni si potrebbero riflettere sui satelliti, ma anche interferire con il campo elettromagnetico terrestre ed i cui effetti sull’atmosfera e sulla superficie sarebbero una vera incognita, ma sfruttare per l’appunto la capacità attrattiva per attirare sui due terminali il pulviscolo e i detriti spaziali; come ho detto l’idea è un po estrema, ma si fonda sul fatto che anche la polvere e i materiali non ferrosi che fluttuano nello spazio hanno una loro carica elettrica e quindi essere catturato mediante la polarizzazione delle cariche accumulandosi sui terminali cosi da poter essere recuperato.
Le immagini da me realizzate, intese a sintetizzare l’idea è renderla meno evanescente è la rappresentazione di questo “marchingegno attira polvere” che ho denominato “Stardust attractor”, ovviamente si tratta, come detto di un generatore di Van der graft studiato e realizzato per scopi specifici, capace di creare una differenza di potenziale particolarmente elevata; rispetto le “navette mietitrici” questi non necessitano della presenza umana, una volta lasciati liberi ed attivati, opereranno in automatico, per il solo aggiustamento della posizione orbitale assegnata, per il resto, si tratta semplicemente di un motore che fa girare il generatore che oltretutto potrebbe essere alimentato da celle fotovoltaiche o eventualmente da accumulatori che si possono sostituire periodicamente durante la manutenzione, questo sistema, abbatterebbe i costi perlomeno rispetto la cattura del materiale con le navette, si limiterebbero al solo recupero del materiale accumulato sui terminali.
Un’altra particolarità di questo sistema è che in linea di principio, il materiale recuperato sarebbe diviso per polarità di carica, presumendo che per i detriti spaziali come i materiali terrestri, abbiano una differente carica elettrica, questi si accumuleranno sul corrispettivo terminale, questo “effetto collaterale” potrebbe oltretutto risultare utile nell’impiego dei materiali per specifiche lavorazioni ottimizzando anche la qualità dei prodotti finiti e le performance complessive dei materiali; non da meno, l’impiego di questa metodica potrebbe agevolare il recupero di metalli rari non ferrosi o addirittura sconosciuti che altrimenti non potrebbero essere recuperati altrimenti.

Stardust attractor

Tornando allo “Stardust attractor” vediamo, anche se in modo sommario il suo funzionamento e le procedure per il recupero del materiale accumulatosi sui terminali; si parte dal presupposto che tale “acrocco” abbia superato la fase sperimentale e che l’operatività dell’apparecchiatura nel suo complesso abbia risposto alle aspettative; dunque, immaginando di essere al primo avvio del sistema di recupero, la prima fase è quella di attivare il sistema di controllo e posizionamento del satellite “operaio”, questo parte del satellite è in funzione a che il satellite resti all’interno delle coordinate orbitali assegnate e gli darà modo di operare i relativi aggiustamenti attivando il sistema di posizionamento che contrariamente a quanto si possa immaginare non è costituito da motori ma da un sistema di ugelli per il rilascio di un gas compresso, generando così un sistema di spinte e contro spinte.
In considerazione che uno dei gas che per utilità è pari zero, almeno per quanto ci è dato sapere dalle attuali conoscenze, oltre ad essere uno degli elementi acceleranti per l’effetto serra, è la CO2, quindi, invece di escogitare sistemi per l’interramento in miniere e depositi sotterranei che comunque potrebbero rivelarsi una minaccia in un futuro, la si potrebbe impiegare per alimentare proprio questo tipo di sistema di riposizionamento; riprendendo la descrizione e dopo i check e i test operativi, verificato che tutto sia in ordine, possiamo procedere con l’accensione del generatore.
L’avvio del generatore dovrebbe avvenire in due fasi, la prima a regime minimo, questo perché se si avviasse il generatore a piena potenza i terminali potrebbero essere attratti dalla carica elettrica della navicella ed impattare contro di essa causando danni, una volta avviato al minimo il generatore; tale operazione sarebbe anche il testo di verifica, la navicella si allontanerà e raggiunta una adeguata distanza, avviare il generatore a pieno regime lasciandolo a catturare ed accumulare il materiale.
La tempistica di accumulo è un’incognita, almeno per i primi tempi e relativa al flusso di polvere e detriti che fluttuano nel raggio d’azione della “draga spaziale”, nonché in funzione dei venti solari che li sospingono, comunque una volta avviato lo “Stardust attractor” è solo questione di tempo a che i materiali si depositino sui terminali, quindi disponendo n elementi in aree orbitali specifiche e per specifiche si intende quelle in cui la densità di detriti è più alta; in linea di massima quest’area dovrebbe essere quella equatoriale, dico questo perché osservando il pianeta Saturno in cui per l’appunto i detriti hanno formato gli anelli proprio nella fascia equatoriale e presumendo che lo stesso principio valga per tutti i pianeti, dovrebbe essere lo stesso per la terra.

Proseguendo nella descrizione, vediamo adesso come recuperare il materiale, considerando che il nostro “Stardust attractor” è in pieno funzionamento, se spegnessimo il generatore o diminuissimo il regime, il materiale accumulatosi sulle sfere dei terminali tornerebbe a fluttuare nello spazio, quindi occorrerà avvicinarsi ai terminali con cautela, non tanto per il rischio di una scarica elettrostatica in quanto il sistema è isolato, ma per evitare che questi siano attratti dalle cariche elettriche della navetta che potrebbero impattare contro di essa causando danni, la soluzione sarebbe che la navetta disponga di appositi bracci estensibili e tramite questi “insacchettare” la sfera similmente a come si infilerebbe un pallone in un sacchetto di cellophane quindi chiuderlo dentro; effettuata questa operazione, procederà allo spegnimento del generatore neutralizzando il differenziale di potenziale accumulato cortocircuitandone i terminali, messo in sicurezza da eventuali accumuli residui, si potranno sostituire le sfere con delle altre pronte ad accumulare altro materiale, terminate queste operazioni ed effettuato eventuali manutenzioni, come la sostituzione delle bombole di CO2 o quant’altro, riavviare l’intero sistema e procedere al successivo recupero.

Una volta scaricate le sfere insacchettate in una apposita area del “cantiere” del satellite artificiale, queste verranno aperte ed il materiale separato dalle sfere, questo procedimento di separazione, è essenzialmente identico al procedimento di cattura, se non per il fatto che avviene in un ambiente chiuso ed i terminali invece di essere sferici, sono piatti, questa forma permetterà una più agevole manipolazione del materiale e potrà essere stoccato in modo più efficiente negli appositi silos sfruttando la differenza di pressurizzazione dei due ambienti; va da se che i materiali che si sono accumulati sui due poli, verranno scaricati nei rispettivi reparti e seppure sotto il profili della carica elettrica differente, il procedimento di recupero sarà identico.

Riprendendo brevemente quanto detto nell’articolo “L’edilizia nello spazio e gli astro-muratori” circa la bonifica di questi materiali da eventuali contaminazioni, un metodo alternativo più veloce ed immediato, su cui ho riflettuto e che oltretutto potrebbe essere una ottimizzazione spinta nella produzione di laterizi ecc. ecc. è quella della fusione ad induzione, ovviamente essendo il materiale un misto di materiale roccioso e metalli vari, questi avranno ovviamente punti di fusione differenti, sfruttando questa particolarità, sarebbe possibile effettuare una cernita più precisa dei diversi materiali ed al contempo avendo raggiunto temperature di fusione, eventuali tracce biologiche verrebbero distrutte in modo efficace ed in tempi decisamente più rapidi che non l’impiego di digestori incrementando cosi i tempi di realizzazione del satellite artificiale e abbattendo i costi operativi; potrebbe sembrare quasi un tarlo il prospettare la faccenda dei costi, ma è probabilmente l’aspetto più importante se non fondamentale a che si possa realizzare un tale progetto e di quella portata, il ridurre i costi, qualunque sia la sua entità o settore, significa poter impiegare le risorse risparmiate in altri ambiti e quindi agevolare la realizzazione del progetto stesso.

Tornando a noi, l’impiego della fusione a induzione oltremodo permetterebbe di utilizzare sistemi a pressofusione, standardizzando i vari prodotti, come per l’appunto la realizzazione di laterizi di vario tipo o travi metalliche o quant’altro sia necessario nel campo edile; con questo non voglio dire che quanto esposto nel precedente intervento sia superato, anche perché ritengo che seppure la realizzazione di una luna artificiale possa avvenire usando dei “mattoncini lego” speciali, si rende sempre necessario il legarli in modo adeguato l’uno all’altro e questo non può che avvenire con della “malta” seppure speciale e particolare anch’essa.

 

Concludo questo intervento con una riflessione, riprendendo quanto ho accennato sulle qualità dei fenomeni elettrostatici, essi si avvicinano in modo più aderente ai modelli ed ai comportamenti della gravità piuttosto che a quelli dell’elettromagnetismo, detto questo, che sia possibile, proprio sfruttando queste particolarità realizzare un meccanismo, una macchina in grado di creare una forma di gravità artificiale he potrebbe essere impiegata non solo sui mezzi spaziali ma anche su satelliti e perché no anche per adeguare la gravità di basi su altri pianeti per renderla simile quella della terra; indubbiamente se questo potesse essere realizzato, gli effetti indesiderati della permanenza prolungata in assenza o di ridotta gravità, verrebbero eliminati dando la possibilità all’uomo di permanere indefinitamente nello spazio ed acquisire in modo permanente un posto, il suo posto, fra le stelle?
Che l’energia elettrostatica sia quella evanescente forza che lega ed unisce tutto l’universo e tutto quello che in esso c’è, la forza di cui parlano i maestri jedi?

Di seguito posto alcuni video che sintetizzano le idee e i principi a cui mi sono ispirato.





Stardust attractor


Fine stesura 12 dicembre 2012

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2 risposte a L’energia elettrostatica la forza dell’universo?

  1. Deker ha detto:

    Ciao Alessio, leggo sempre con interesse i tuoi articoli e anche se non sono uno molto colto ed ho una conoscenza limitata in molte cose, trovo che esponi le cose in modo chiaro e semplice, come in questi articoli del costruire un pianeta artificiale e le diverse idee sul come realizzarlo, da quello che ho letto dagli ultimi post ho l’impressione che tu stai suggerendo che forse il poter realizzare una struttura pianetare artificiale abbia relazione con gli articoli che parlano della terra cava e che forse anche il nostro pianeta sia un pianeta artificiale.
    Di questo ultimo articolo, quello che mi ha sorpreso è il filmato della fusione a induzione in cui si vede un pezzo di rame che galleggia in aria e che poi si fonde in una sfera, poi quando si spegne il macchinario cade nel bicchiere sottostante spiaccicandosi sul fondo, è possibile che si tratta di un trucco oppure come è possibile che il cubetto di metallo possa galleggiare?
    Potresti darmi una spiegazione del perché e come sia possibile far lievitare il metallo in una spirale di rame e come la spirale non divena incandescente come il metallo al centro?

    • phoo34 ha detto:

      Ti ringrazio per la tua benevolenza e posso dirti senza paura di smentita che conosco gente “blasonata” che per quanti blasoni e titoli possa avere non sarebbe capace di fare 2+2 ne di avvitare una semplice vite, polemiche a parte e venendo al tuo quesito, sinceramente non so esattamente come funzioni il marchingegno che si vede nel filmato, comunque ritengo che si tratti di una serpentina in rame al cui interno circola del liquido refrigerante per evitare che diventi incandescente per effetto resistivo della corrente che vi scorre e desumo che questo amplifichi il campo elettromagnetico della “bobina”; proseguendo su quanto appena detto, l’effetto “levitazione” che si osserva dovrebbe essere la conseguenza pratica della legge di Lenz in un procedimento industriale di metallurgia, questo effetto anche se di minor intensità lo si può ottenere facendo scorrere una magnete (cilindrico) all’interno di un tubo di rame o di alluminio tenuto verticalmente ed il magnete cadrà a “rallentatore” maggiore sarà la potenza del magnete, più lentamente cadrà, ora se il magnete fosse cosi potente, questo rimarrebbe sospeso almeno fintanto che una forza esterna lo spinga via dalla posizione acquisita, anche invertendo i “fattori” ossia facendo scorrere un cilindro di rame in un magnete tubolare il risultato non cambia, quindi tornando al video a cui ti riferisci, il ruolo del magnete è svolto dalla serpentina elettrificata, mentre il cubetto di rame, resta sospeso mentre si surriscalda e fonde a seguito della forte induzione, il metallo diventa incandescente perché gli elettroni che lo circondano cominciano a muoversi in modo vorticoso creando appunto calore che viene ceduto al metallo che quindi via via si surriscalda raggiungendo il limite di fusione.
      Sicuramente il video è d’effetto perché da un cubetto di rame si trasforma in una sfera seppure incandescente, questo è dovuto al fatto che in natura la forma ottimale è proprio la forma sferica, se si prende un liquido e lo si versa su un pavimento in perfetto piano, questo tenderà a assumere una forma circolare, se invece facessimo lo steso esperimento in assenza di gravità, il liquido tenderà ad assumere una forma sferica, una volta che le turbolenze cessano, si otterrà una sfera quasi perfetta, dico quasi perché anch’essa potrà risentire degli effetti gravitazionali e di eventuali campi elettromagnetici dell’ambiente circostante.
      posto anche questo video perché vi sono molti esempi pratici dell’effetto levitazione che si possono ottenere mediante campi magnetici o elettromagnetici.

      Venendo alla realizzane che hai fatto tra gli interventi sul come costruire un pineta artificiale e la teoria della terra cava, effettivamente, in parte hai ragione, potrebbe essere possibile che il nostro pianeta sia cavo, ma se lo fosse, questo potrebbe essere una caratteristica di tutti i pianeti, quindi non è necessariamente obbligatorio ipotizzare che la terra sia un pianeta artificiale “costruito” da chissà chi, ma potrebbe essere la conseguenza dell’interazione di diversi principi della fisica che su scala planetaria ha dato come risultato la formazione di un pianeta cavo.

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