Esperimenti nello spazio 3°

L’esperimento della doppia fenditura

L'esperimento della doppia fenditura, con modifiche.

L’esperimento della doppia fenditura, con modifiche.

Questo terzo intervento sugli esperimenti da effettuare nello spazio prende in esame la questione della natura della luce e delle sua qualità comportamentali ondulatorie-particellari, in sintesi estrema, l’esperimento della doppia fenditura ha evidenziato un aspetto del comportamento dei fotoni, ossia se osservati, questi si comportano come particelle, mentre se non osservati, si comportano come onde.
Oggettivamente questo aspetto risulta essere inusuale; la questione del come è possibile che se osservati i fotoni si comportano come particele mentre se non osservati, assumono un comportamento ondulatorio?
Questa osservazione apre le paratie di una cascata di interrogativi e non solo sotto il profilo tecnico e scientifico, ma anche per così dire metafisico, perché, sempre in modo sintetico e stringato, ciò vorrebbe significare che tutto ciò che vediamo, esisterebbe solo nell’istante in cui lo si osserva!
La deduzione che ne consegue è che saremmo in un universo olografico; ora, eludendo l’approfondimento di questo argomento dai risvolti da fantascienza e particolarmente intrigante, pur essendo contiguo e pienamente attinente alla materia, ci porterebbe fuori strada e comunque esula dallo specifico tema su cui verte l’intervento.

Ma perché effettuare questo esperimento nello spazio? Come ho esposto negli altri precedenti interventi, nello spazio, gli effetti della gravità sono minori, sicuramente si obbietterà che per alterare il percorso di una sorgente luminosa il campo gravitazionale deve essere enorme e quindi, la gravità terrestre non avrebbe effetti misurabili, però in considerazione della duplicità comportamentale dei fotoni, questo, pressoché nullo influsso, su scala fotonica potrebbe essere enorme, comunque aldilà della grandezze, o meglio, in questo caso delle piccolezze, le influenze gravitazionali e geomagnetiche planetarie risulterebbero minori e quindi potrebbero fornire dati più dettagliati e precisi, inoltre, in un ambiente di vuoto relativamente elevato, interferenze anch’esse effimere dell’atmosfera verrebbero eliminate.

Comunque aldilà dell’ambiente di sperimentazione, l’esperimento che sempre in via teorica e che è sicuramente viziato dal personale “background”, mi permetto di proporre, è una “variazione” dell’esperimento originario; ora l’incognita che caratterizza l’esperimento è la non conoscenza di quale delle due fenditure il fotone effettivamente attraversi, se influisce nelle misure e sui risultati ed con quali grandezze.

Dunque, mantenendo essenzialmente la struttura sperimentale originaria, l’idea è quella di dotare le fenditure di un dispositivo polarizzante, in questa ottica, i fotoni passanti assumeranno una specifica polarizzazione a seconda della fenditura attraversata.
L’idea, in linea di principio e in ambito teorico è coerente e congrua, sotto l’aspetto pratico, un po meno in quanto inevitabilmente il mezzo polarizzante può alterare in modo sensibile non solo il “comportamento” e quindi il risultato, ma anche influire direttamente sulla qualità fotonica, mi spiego meglio, ipotizzando di utilizzare delle lenti polarizzate alle fenditure, queste per quanto sottili e trasparenti possano essere rappresentano una barriera che i fotoni devo attraversare e quindi sia sotto il profilo particellare che ondulatorio della sorgente originale, quest’ultima viene alterata; in alternativa, si potrebbero utilizzare campi elettromagnetici opportunamente dimensionati per ottenere polarizzazioni verticali e orizzontali, però anche in questo caso, pur in assenza di un mezzo da attraversare, il campo magnetico potrebbe avere influenza sul percorso fotonico e quindi anche in questo caso interferire con il risultato finale e le relative misurazioni; tenendo presente queste possibili alterazioni ed estrapolandone grandezze e misure rispetto la sperimentazione classica, le si potranno utilizzare come tara e base di rettifica, per intenderci, un procedimento analogo alla rettifica che si adotta per i telescopi a rifrazione, in cui l’immagine concava, poi viene “riconvertita” in piana.

Alcuni riferimenti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Michael_Talbot
http://it.wikipedia.org/wiki/Stanislav_Grof


Fine stesura 15 luglio 2014

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Curioso, impertinente ed irriverente, prendere le cose di petto onde evitare malintesi; come per un buon vino, serietà ma con moderazione. Non uso più Skype/Messanger o similari per questioni di privacy!!! :-(
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