Dai vimanas atlantidei agli ufo

In questo intervento approfondisco il tema dei mitologici mezzi denominati “vimanas”, spesso, questi mirabolanti mezzi sono riferiti alla cultura ed alle conoscenze dell’antica India, ma in realtà sono tante troppe le indicazioni e i riferimenti che denotano che nella realtà delle vicende dell’umanità, siano retaggio, sì antico, ma di un mondo e di una cultura molto più vetusta e pressoché dimenticata, ammantata da un velo mitologico e di leggende, cui la cultura indiana ne è solo custode; schegge di una storia di un mondo che ha le sue origini ben più lontane nel tempo e fin’anco più antiche delle mitologiche società atlantidea e lemuriana.
Prima di addentrarmi nell’argomento, ritengo importante dare una panoramica sulla questione dell’esistenza dei mitologici continenti perduti di Atlantide e di Mu, questo anche in relazione al fatto che gli stessi “documenti sacri” custoditi nei santuari indiani prospettano, se non in modo incontrovertibile,la loro esistenza, quantomeno, quella di civiltà assai più progredite e tecnologicamente avanzate di quella moderna.

Seppure le mie considerazioni partono dal presupposto che nella realtà dei riscontri geografici e morfologici della crosta terrestre i segni e le tracce di questi continenti perduti non siano visibili, pur in assenza di questi elementi di prova, se non altro in forma anche approssimata di tali masse continentali, è plausibile che questi “continenti” possano essere esistiti realmente e che per fenomeni di bradisismo di particolare portata e dimensione, possano essere oggettivamente sprofondati; altro elemento, che potrebbe dare supporto al fenomeno geofisico, seppure in modo indiretto, è la concomitanza, pressoché globale della storia del diluvio universale che si riscontra in tutte le culture del mondo, che per quanto diverse nella narrazione dei fatti, nella sostanza danno un resoconto di un medesimo evento catastrofico.

Proviamo ad uscire dall’irreale e dare una dimensione a questo evento che ha segnato in modo profondo la cultura umana, cerchiamo di rendere la portata e le dimensioni di questo evento globale, assolutamente plausibile, altrimenti si rischia di andare alla “deriva” nel fantastico; per rendere la portata dell’evento, partiamo facendo il paragone con la portata e le conseguenze del maremoto avvenuto in Indonesia nel 2004, o quello del 2011 in Giappone; sorvolando sulle presunte “cause artificiali” dei due eventi, la devastazione che ne è conseguita è cosa da nulla rispetto ciò che si verificò con lo sprofondamento, di un “continente” dalle dimensioni più o meno assimilabili a quella della Groenlandia o dell’Australia per Atlantide e quelle del continente nord americano per Lemuria, dunque, come detto si tengano presenti gli effetti e le conseguenze degli eventi del 2004 e del 2011, gli tsunami che ne scaturirono supererebbero di gran lunga quanto nel racconto biblico viene riportato.
Ipotizzare che i due presunti continenti siano scomparsi in modo più o meno simultaneo è un’idea azzardata e molto pittoresca, ritengo che tra i due eventi sia intercorso un lungo periodo di tempo, per il semplice fatto che nell’ipotesi di una contemporaneità (anche su scala geologica) dei due eventi inevitabilmente avrebbe rappresentato un evento di estinzione di massa della portata superiore a tutte le estinzioni di massa messe assieme che il pianeta ha subito nelle diverse ere.
Come a mio solito, amo ribaltare, rovesciare e sovvertire le prospettive, oltre che per un “piacere” personale, anche perché questo da la possibilità di vedere se possono sussistere altre plausibili interpretazioni e letture dei fatti e “recuperare” delle risposte coerenti anche con il sapere “cattedratico”.

Dunque, seguendo una serie di “immaginiamo”, sarebbe eccessivo azzardare l’ipotesi che i due continenti fossero il risultato di eruzioni laviche protrattesi per milioni di anni da super vulcani? Qualcosa si simile a ciò che oggi è rappresentato dalla caldera di Yellowstone, (± 4000 km2) immaginiamo ora che nel processo della tettonica zolle, un qualche evento interno al mantello superiore abbia chiuso o esaurito il punto caldo e nel raffreddarsi, la camera magmatica ha mantenuto la sua integrità, in parte per i gas e la loro pressione, costituendo di fatto quello che sarebbe il “tappo” di un super vulcano estinto. Ora, immaginando che una qualche causa, abbia alterato l’equilibrio che si era creato tra l’interno della camera magmatica e la superficie, abbia causato un repentino abbassamento della pressione, causando il collasso della “cupola”, questo fatto oltre alle inevitabili onde d’urto sulla crosta terrestre che avrebbero innescato una serie di terremoti ben al di sopra delle scale sismiche, avendo creato un “buco” in cui miliardi di tonnellate di acqua sarebbero precipitate causando dapprima un abbassamento dei livelli oceanici e poi la formazione di super tsunami le cui onde avrebbero avuto altezze e portate inimmaginabili globali; come ho detto immaginare una “contemporaneità” dell’inabissamento di Atlantide e di Lemuria risulta azzardato, ma l’inabissamento dell’una potrebbe essere stato causa dell’inabissamento dell’altra in una specie di domino geologico.
Voglio precisare che, almeno per come la vedo io, la “sequenza” degli eventi, anche seguendo una certa cronologia, Atlantide , si inabissò dopo Lemuria e questo anche in relazione al fatto che Atlantide sarebbe temporalmente più prossima alla nostra storia grazie alla citazione di Platone.

Facendo mete locale e restando in questo susseguirsi di “immaginiamo” mi sovviene ipotizzare che l’inabissamento di Atlantide, come recita la leggenda fu a “causa degli stessi atlantidei”; più volte mi sono soffermato a riflettere su questo particolare, che significa e quale è il senso di questa affermazione?
Forse come per Sodoma e Gomorra, vi fu un intervento divino per punire la malvagità degli atlantidei e dei lemuriani?
Se fosse stata una “punizione divina” l’affermazione sarebbe stata differente ed analoga per senso a quanto esposto per le vicende delle due città della Bibbia; dunque, sembra che questo non sia il caso, l’inabissamento, almeno di Atlantide sarebbe conseguente qualcosa che è dipeso dagli stessi atlantidei, quindi interpretando in chiave “tecnologica” sarebbe possibile che la civiltà di Atlantide possa aver fondato parte del suo splendore proprio dalle risorse del sottosuolo a tal punto da causare il collasso della sottostante camera magmatica? Furono davvero cosi sprovveduti gli atlantidei o ignari della reale struttura del loro territorio?
Potrebbe anche essere, ma c’è da chiedersi allora come è possibile che una civiltà presumibilmente molto più avanzata ed evoluta della nostra, possa aver ignorato quello che i moderni geologi e petrolieri conoscono molto bene, ossia che per evitare il collasso dei giacimenti occorre compensare il materiale e la pressione sottratta con qualcosa di analogo, (generalmente acqua dato che è incomprimibile) forse un incidente, un errore di calcolo, la concomitanza con un terremoto, o di un impatto meteorico di grandi proporzioni?
Certo di speculazioni su cosa possa aver causato l’inabissamento dei Atlantide, possono essere tante, certo è che comunque le leggende parlano di una diretta responsabilità degli atlantidei e non di un intervento “divino”.

Tornando alla questione “geologica” e stando alle diverse cartine geografiche in cui sono rappresentate le posizioni delle isole continente, si può notare che le loro posizioni coincidono o perlomeno sono compatibili con particolari punti caldi; per l’esattezza, l’isola di Mu, sarebbe “sovrapponibile” con i punti caldi al centro della placca pacifica, compresa quello delle Hawaii, mentre Atlantide, tra i punti caldi della placca africana.
Quindi, anche in considerazione della deriva dei continenti, l’ipotesi che Atlantide e Mu siano esistiti realmente non è del tutto da scartare, come si nota tra l’altro, dalla cartina, i punti caldi del pianeta si “localizzano” o si concentrano proprio in ambito equatoriale e quindi in quella che è l’ipotetica posizione dei continenti scomparsi, in ultimo, mi sovviene fare anche un parallelismo con Marte, che presenta, anche se in scala ridotta il fenomeno dei super vulcani localizzati più o meno in modo analogo.
Come detto, ritengo che l’inabissamento dei due continenti sia avvenuta in epoche molto distanti tra loro, poiché la contemporaneità degli eventi avrebbe inevitabilmente costituito un E.L.E. (Extinction Level Event) che per effetti avrebbe riportato le condizioni del pianeta ai primordi, quindi l’impossibilità di una o più civiltà ancora per milioni e milioni di anni e questo stride con quello che oggettivamente possiamo riscontrare, dalla storia ufficiale e non dell’umanità.
Il datare la scomparsa di Atlantide ad un periodo anche di poco antecedente il 12.500 A.C., sarebbe comunque incongruente anche sotto l’aspetto geologico, poiché almeno le tracce anche se approssimative della massa continentale, per quanto sommersa dalle acque e dal limo di millenni di sedimentazione, sarebbero osservabili.
Un altro elemento che mi porta a pensare che la sequenza di distruzione si sia sviluppata in tempi differenti e distanti tra loro è anche conseguente le vicende di Gilgameš o meglio quella che è definita come l’epopea di Gilgameš, in cui per altro si fa riferimento ad un diluvio universale; si ritiene che la “moderna” Bibbia sia la versione semitica dello stesso racconto, ma in funzione di quanto detto fino ad ora, penso che in realtà i due racconti “narrano” di eventi simili ma distinti, ma non solo, seguendo questo sottile “filo rosso” di concomitanze e riferimenti, anche le vicende di Angra Mainyu e Ahura Mazdā sembrano concorrere nel consolidare il “quadro indiziario” in quanto lo stesso Ahura Mazdā, per salvare l’umanità dal grande inverno scatenato da Angra Mainyu sollecitò l’umanità a costruire città sotterranee; (Derinkuyu) ora però se facciamo riferimento alla cronologia delle ere glaciali, l’inizio dell’ultima era risale a 40 milioni di anni fa, quindi immaginando che questa era sia stata scatenata in conseguenza dell’inabissamento del continente lemuriano, gli eventi riportati nella saga di Gilgameš non possono essere riferiti al diluvio biblico, ma ad uno antecedente.

Tra le altre cose che mi spingono ad ipotizzare che l’inabissamento di Mu, abbia causato una era glaciale è anche per il fatto, di non secondaria importanza che l’alterazione delle correnti oceaniche, abbiano sovvertito il clima planetario in modo drastico e repentino, per altro se osserviamo la cartina, possiamo notare qualcosa di curioso, sostanzialmente le correnti attuali si snodano lungo un percosso, in cui di fatto si ricalcano i confini immaginari di questi continenti, quindi anche con la presenza dei due continenti, le correnti oceaniche sarebbero sostanzialmente le stesse; un altro elemento che sorreggerebbe questo “impianto” è che con la presenza del continente di Atlantide, le correnti atlantiche sarebbero state più accentuate verso sud e questo avrebbe permesso un clima molto più temperato e umido del nord Africa e specie della fascia desertica Sahariana che sarebbe risultata essere lussureggiante e molto simile al clima amazzonico o comunque di tipo tropicale.

Dopo questo ampio preambolo, come ho espresso in altri interventi, ritengo che il genere umano sia presente su questo pianeta da molto più tempo di quello che si possa immaginare anche nelle più azzardate ipotesi, sorvolando sui moltissimi indizi (oopart) che indicherebbero l’esistenza di più e più civiltà tecnologicamente evolute su questo pianeta, pur non escludendo il “contatto alieno” di queste antiche civiltà, ritengo che queste possano essersi evolute in modo autonomo ed indipendente, quindi seguendo un normale progresso tecnologico e culturale, che gradualmente li ha portati ad assumere una connotazione tecnologica; quindi c’è da domandarsi è plausibile che in epoche antiche al pari di come l’umanità moderna scopra ed applichi i principi scientifici alla risoluzione o al sopperimento di bisogni di vario tipo, altre civiltà, possano aver “percosso lo stesso itinerario didattico” prima di noi?
Detto questo, quello che è il nostro livello culturale e ciò che rappresenta la nostra società, non sarebbe altro che la riscoperta di cose già scoperte ed applicate da altri prima di noi e di cui, almeno ufficialmente, non se ne ha memoria storica, quindi che si sia nel 655.000 A.C. o che si sia nel 2050 D.C, le leggi fisiche sono le stesse e per entrare nel tema dei vimanas, anche le leggi dell’aerodinamica restano inalterate, quello che muta nel tempo è la tecnica e le modalità di applicazione delle scoperte scientifiche per una migliore efficienza.

La prima volta che ho letto dei vimanas, fu molto tempo addietro, quando lessi per la prima volta il libro “I dischi volanti sono atterrati” di George Adamski, per essere più preciso, mi sono andato a ricercare il capitolo del libro e suggerisco la lettura del settimo capitolo, accessibile anche da books.google che per l’appunto è intitolato “i vimanas”, anche se sintetico e referente a libri di altri autori, espone quello che sarebbero le tecniche di costruzione e di funzionamento di questi “avio mobili”; per la precisione, va detto che la citazione di Adamski fa riferimento ad un libro di W. Scott Elliott, “The story of Atlantis” scritto attorno al 1895 ben 15 anni prima del primo volo dei fratelli Wright, la cui prima stampa risale al 1896 e riporta un brano piuttosto esaustivo anche in ambito metallurgico.
Decisamente un libro precorrente i tempi di 50 anni, quantomeno per quelle che erano le tecnologie dei motori a reazione; devo dire che nonostante il grande impegno nel ricercare questo libro anche tramite il web, sono riuscito a trovare solo una versione in formato html ed in inglese, o meglio in americano, sul sito gutemberg.org, aggiungo che nel documento è incluso anche un secondo libro intitolato “The Lost Lemuria” sempre dello stesso autore.

Ma torniamo ai vimanas, è importante tener presente che per quanto riguarda il noto Vaimanika Shastra, questo libro in realtà non è un libro antico, ma il frutto di una raccolta di scritti ottenuti in molteplici sedute di canalizzazioni o “sedute medianiche” in cui si fa riferimento a quella che sarebbe stata “l’aeronautica” prediluviana; riallacciandomi allo scritto di Scott Elliott, può risultare controverso il fatto che abbia attinto direttamente da questo libro, anche perché il Vaimanika Shastra, sarebbe stato “redatto” agli inizi del ventesimo secolo, quindi indicativamente 4 o 5 anni dopo la pubblicazione del “The story of Atlantis”, comunque non si può escludere che Elliott, anche se per vie differenti, non possa esserne venuto a conoscenza in circostanze analoghe ed in tempi antecedenti la scrittura del “manuale aeronautico”, va detto che William Scott Elliot era membro della Società Teosofica fondata da Helena Blavatsky, profonda conoscitrice e cultrice delle antiche conoscenze e di testi iniziatici tibetani, esoterista ed occultista di indiscussa fama e competenza.
Con questo non intendo sottintendere che la ricerca medianica, non possa essere un metodo di ricerca valido, quello che però ritengo essenziale in questo tipo di indagine, onde evitare fraintendenti e incomprensioni è che il metodo richiede una molteplicità di verifiche e conferme molto approfondite e questo, non per diffidenza nei confronti del “mezzo” o medium, ma piuttosto, sulla genuinità delle rivelazioni dell’entità o delle entità; non va dimenticato che in moltissimi circoli culturali di fine ‘800 era pratica comune organizzare sedute medianiche non solo con il fine di “divertissement”; ho già affrontato il tema dei circoli esoterici dell’ottocento nell’intervento “It’s a Long Way to the Top of power”, ora se da questo definiamolo “sottobosco culturale” ma che nella realtà era la quintessenza della nascente alta borghesia e faceva da trait d’union con l’aristocrazia, da questo, le società segrete germaniche riuscirono non solo ad instaurare un regime “politico-esoterico” come il nazismo, ma fornirono anche informazioni che lo portò alla realizzazione di quelle che sarebbero le “wunderwaffen”, la cosa assume un rilievo ed una importanza decisamente strategica.
In piccolo inciso, il dilagare dell’esoterismo nell’epoca vittoriana, rispecchia anche le contraddizioni del periodo storico, il determinismo che ne rappresentava l’acme della filosofia di quel tipo di società, per molti versi era anche vissuto come elemento imprigionante dell’umanità, una sorta di gabbia intellettuale e questo ha spinto l’élite a rivolgersi verso quel qualcosa di immateriale, di etereo, di mistico, che sovente poi si focalizzava su pratiche di magia e della medianità.

Ma torniamo alla citazione di Scott Elliot, come detto si fa riferimento al tipo di materiali con cui erano costruiti i vimanas, ora quello che emerge o comunque traspare in modo prominente, è che i costruttori avevano una conoscenza ed una tecnologia, tutto sommato per nulla “aliena”, fantascientifica ne tanto meno trascendentale o misteriosa, una tecnologia molto simile a quella che oggi è usata per realizzare una canoa o di un barca ultraleggera; di fatto viene riportato che che i vimanas erano realizzati con fogli particolarmente sottili di legno ed in seguito all’applicazione di una particolare sostanza, divenivano resistenti come il cuoio, quindi per fare le pulci alla citazione, risulta evidente che disponevano di strumenti e macchinari per la laminazione del legno ed in secondo, almeno per quanto riguarda la sostanza indurente, la conoscenza della chimica di quello specifico composto indurente e delle reazioni molecolari.
Devo dire che il particolare del legno mi ha incuriosito molto e mi ha spinto ad approfondire questo aspetto e come si dice, chi cerca trova e finisce per imbattersi anche cose del tutto inaspettate; ora fin dai primordi dell’aviazione, il legno per eccellenza impiegato è il legno di balsa, ma la cosa curiosa e per certi versi sorprendente, è che il nome scientifico della pianta è “Ochroma pyramidale”, ma non è tutto, questo tipo di pianta e tipica della fascia equatoriale del continente americano, ora questo ulteriore elemento accende una luce su un “panorama inaspettato”, perché concorre a confermare l’esistenza quantomeno di rapporti “commerciali” tra i continenti indoeuropeo e quello americano, ed in un certo modo attestando l’esistenza di una civiltà “globale” antidiluviana e tratteggiando ulteriormente i contorni di un mondo moto simile a quello odierno.
Seguendo questo “filo rosso” sorge spontaneo domandarsi se i vimanas, non siano il risultato della declinazione della tecnologia navale in senso aeronautico, idealmente facendo riferimento al già citato Vaimanika Shastra sembrerebbe proprio di si, visto che molti “esemplari” ricordano proprio dei natanti, però la questione è pur con tutta l’aleatorietà delle “forme” decisamente inusuali per l’aeronautica che conosciamo, come potessero elevarsi e con quale energia? Se non altro dovevano entrare in gioco forze con ordini di grandezza decisamente imponenti, se non altro per sopperire alla scarsa aerodinamicità.

ford-lamborghini

Per il momento lasciamo la questione della motoristica in penombra e concentriamoci su quello che viene riferito da Scott Elliot; i vimanas stando alla descrizione assomigliavano più ad una sorta di “motoscafo volante” e solo per comodità avevano il “ponte” coperto, considerando che alla massima il “vento” sarebbe stato di gran fastidio, un po come viaggiare ad alta velocità su un’auto cabriolet ma senza parabrezza; da questa descrizione le forme navali ipotizzate nel Vaimanika Shastra sembrerebbero essere confermate, quindi, i vimanas, contrariamente a quanto spesso si è portati a ritenere, non erano affatto simili ai dischi volanti, si potrebbe quantificare il “salto stilistico” facendo il raffronto tra una Ford T ed una Lamborghini tanto per averne una idea.

Vediamo di “carpire” qualche indizio su quale fosse la motoristica di questi mezzi, sempre dalla citazione di Scott Elliot, si riporta la descrizione dell’interno di uno di questi vimanas al cui centro era una “forte e pesante cassa metallica” identificata come il generatore; una forte e pesante cassa metallica? Forse nella traduzione dall’inglese all’italiano qualcosa è stato travisato o tradotto male? Quasi sicuramente si, il testo inglese dice “A strong heavy metal chest” quindi è plausibile che la traduzione più corretta è “una robusta e pesante cassa metallica”, e questo passo mi fa accendere una piccola fastidiosa spia; ma dove ho mai già sentito parlare di una pesante e robusta cassa?

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Caspiterina, ma nella Bibbia! La famosa Arca dell’Alleanza era una robusta, pesante cassa metallica o perlomeno ricoperta da metallo; dunque che l’Arca dell’Alleanza fosse il generatore di energia impiegata nei vimanas?
D’altronde è parte del testo biblico attribuire all’arca una grandissima potenza e energia, inoltre il suo peso doveva essere notevole considerando che per trasportarla occorrevano ben quattro persone, per altro opportunamente addestrate e vestite, in oltre penso che quando si parla dell’Arca quale il dispositivo con cui comunicare con Dio, forse nel significato originale era inteso come lo strumento per raggiungere Dio, travisato con comunicare, dopo tutto Dio era nell’alto dei cieli e il modo per raggiungerlo era quello di raggiungere letteralmente nei cieli, cosa che l’arca avrebbe potuto (ipoteticamente) permettere.
Lasciando stare l’Arca dell’alleanza, vediamo di capire cose possa essere in realtà questa misteriosa robusta pesante cassa metallica posta al centro del vinanas, sempre dalla descrizione di Scott Elliot, da questa cassa uscivano una serie di tubi, primari e secondari, i primi erano posizionati su quelle che possono essere identificate come prua e poppa, tanto per rimanere in ambito nautico, mentre altri erano posizionati sia verso il basso che verso l’alto.
Una volta avviato il motore e posizionati i tubi di scarico, il veicolo avrebbe viaggiato praticamente in modo autonomo a parte qualche aggiustamento di rotta, probabilmente dovuto alle correnti e dei venti che avrebbero avuto effetti di deriva sulla rotta stabilita.

Ma cosa generava questa grande energia? Sicuramente il “generatore” descritto non ha caratteristiche assimilabili nemmeno lontanamente a quello che potrebbe essere un motore a turbina e che avrebbe potuto generare i potenti getti di aria, quindi non si tratta di un motore a reazione anche perché in luogo di una cassa, si sarebbe parlato piuttosto di una colonna o di un cilindro.
Stando sempre al testo citato, si parla di Vril, ossia la capacità del pilota di convogliare la propria vibrazione per far sollevare muovere il mezzo, anche se viene specificato che l’impiego di dispositivi “meccanici” in abbinamento con questa energia, ritengo che i dispositivi potevano, in realtà amplificare e gestire in modo più preciso ed efficiente l’energia del Vril, seguendo il principio del progresso tecnologico, l’energia del Vril sarebbe stata sostituita da un’altra forma di energia, probabilmente questo potrebbe essere in funzione del fatto che, anche tra gli antichi piloti, sussistevano differenze nella capacità di generazione di questa energia personale e quindi tali mezzi sarebbero stati di appannaggio di particolari e specifiche persone e non per tutti, facendo un parallelismo con il mondo automobilistico, sarebbe come se per poter guidare una autovettura bisogna avere specifiche qualità e capacità non comuni, questo oltre a risvolti di tipo “sociale” avrebbe comunque rappresentato una limitazione specie per i potenti che ieri come oggi non avrebbero accettato di sottostare a quella che inevitabilmente sarebbe divenuta una casta.

Comunque tornando alla misteriosa energia, si escluderebbe quella elettrica in favore di quella molto più simile a quella che sarebbe stata scoperta da John Ernst Worrell Keely la cui natura sarebbe di origine “eterica”, energia per altro poi anche “individuata” ed utilizzata in alcuni esperimenti da Nikola Tesla e definita quale energia hertziana o più tecnicamente la radiazione elettromagnetica; sorge però l’interrogativo su come si possa indirizzare o dirigere il flusso energetico tramite dei “tubi”, sempre che si tratti di tubi e non di cavi, perché sempre in base a quella che è la mia competenza tecnica, un fascio energetico per essere diretto necessita di una serie di accorgimenti specifici, restando in ambito elettrico o elettromagnetico, questo inevitabilmente comporterebbe la necessità di un “concentratore” similmente a quello che potrebbe essere un maser o un laser, quindi oltre la cassa descritta, sempre che non sia stato omesso, sarebbe stato descritto anche qualcosa di altro, inoltre sempre per restare nella coerenza descrittiva, pur ipotizzando un generatore elettrico o elettromagnetico, questo avrebbe comunque avuto una “forma” tondeggiante e non quella di una scatola.

Anche se a grandi linee, si è determinato in modo più o meno logico, cosa non può essere quella misteriosa cassa; nel resoconto di Scott Elliot, viene espressamente definita come il generatore, anche in relazione al posizionamento ben preciso e specifico all’interno del vimanas, se ne desume che oltre a generare l’energia, ne costituiva l’utilizzatore.
Mi spiego meglio, restando in campo automobilistico, l’energia che fa muovere un’autovettura è il carburante, il quale venendo vaporizzato all’interno dei cilindri, genera il movimento dell’albero motore che viene trasmesso alle ruote, la scatola misteriosa invece genererebbe e utilizzerebbe l’energia direttamente, costituendo una sorta di tutt’uno che potrebbe definirsi come un motore auto alimentato, in cui il “carburante” sarebbe generato dal funzionamento stesso del motore, in parole più semplici, l’applicazione pratica del principio del moto perpetuo ad un motore.
Seppure si voglia attribuire un progresso tecnologico e scientifico ai costruttori dei vimanas, sufficiente a realizzare un motore perpetuo superando gli scogli delle delle leggi della termodinamica, questo risulterebbe, comunque incongruo, perché c’è da domandarsi il perché questa tecnologia non fosse stata applicata, quantomeno a mezzi di locomozione terrestri, visto che viene specificato che il “popolino” si muoveva tramite carri trainati da animali.

Certamente determinare cosa possa essere stata quella cassa senza elementi o ulteriori particolari, risulta essere qualcosa di analogo al paradosso del gatto di Schrödinger, facendo un riepilogo della descrizione, sappiamo che questa cassa era metallica, pesante e robusta, partendo da questi elementi la prima cosa che mi sovviene domandarmi è il perché la cassa fosse pesante, forse a pesare era il contenuto o il metallo che la costituiva? Certo dentro potrebbe esserci stato di tutto, da una turbina ad un generatore elettrico o anche un motore a scoppio, però facendo alcune ipotesi, si potrebbe pensare che la cassa fosse di piombo o di oro, come è noto il piombo e l’oro sono tra i metalli più pesanti, inoltre hanno la caratteristica di isolare le radiazioni, quindi potrebbe essere che all’interno della cassa fosse presente un piccolo reattore nucleare?

La cosa è decisamente intrigante, ma un rettore nucleare, almeno per quella che è la nostra tecnologia, risulterebbe estremamente complesso non solo da gestire, ma anche da governare, inoltre produrrebbe energia termica per alimentare un termoconvettore per produrre energia elettrica che sua volta alimenterebbe un motore e questo dalla descrizione non sembra essere il caso, visto che l’energia fluirebbe direttamente dalla “cassa magica” e quand’anche in un qualche modo potesse fluire dai tubi di scarico, la contaminazione radioattiva dell’ambiente sarebbe inevitabile; in ogni caso troverei decisamente sproporzionato installare un reattore nucleare su un “motoscafo volante”, similmente come installare un motore da formula 1 su di un gommone.
Nel ventaglio delle diverse ipotesi, si potrebbe immaginare che la cassa fosse una cella a combustibile, anche se questa ipotesi potrebbe essere forse la più plausibile, resta il fatto che una cella a combustibile, tutto sommato non necessiterebbe ne di un contenitore pesante ne di una schermatura, metallica o meno che sia, visto che in sostanza non è altro che un processo elettrolitico, quindi anche le eventuali temperature sarebbero decisamente insignificanti per un eventuale isolamento termico e comunque la cella produrrebbe energia elettrica che dovrebbe alimentare un motore o più precisamente un motocompressore.

Gira che ti gira, sembrerebbe che il mistero della “cassa magica” resti inviolato, ma forse, si può intravvedere uno spiraglio, qualche tempo fa mentre approfondivo e ricercavo materiale per un altro intervento, mi ero imbattuto in uno strano documento, o meglio su di un progetto che sarebbe stato realizzato da Marconi ed Ighina, per altro tutt’altro che teorico, seppure si basava su modelli teorici di fisica in cui si teorizzava l’esistenza di particelle a “carica netta” e non certo campati in aria, visto che il primo ad ipotizzarne l’esistenza fu Pierre Curie e che Paul Dirac li riteneva strettamente connessi con la quantizzazione delle cariche elettriche; Ighina, sosteneva di aver verificato la reale esistenza di queste particelle, che in tenimi più semplici vengono definite monopoli, ossia particelle in cui la carica non era bipolare ma mono polare, per spiegarlo in parole ancora più semplici è come se una calamita potesse essere solo positiva o solo negativa, certo rispetto la scienza ufficiale e i principi della fisica classica questa è una eresia degna della più fantasiosa delle fantasticherie fantascientifiche, eppure sembrerebbe che Ighina oltre ad aver verificato la reale esistenza di queste particelle, sosteneva che assieme a Guglielmo Marconi aveva realizzato un dispositivo atto allo sfruttamento di questi monopoli e che sempre secondo alcune “testimonianze” l’apparecchio fu sperimentato nel ’33.
Va specificato che secondo Ighina, i monopoli si distinguono in positivi e negativi, i positivi provengono dal sole, mentre i negativi dalla Terra, manipolandoli opportunamente sarebbe possibile sfruttarli per le più comuni necessità e quindi anche quale fonte energetica per mezzi di propulsione.
Tornando alla cassa misteriosa e osservando il progetto ideato da Marconi ed Ighina all’interno vi sono una serie di componenti atti alla “generazione” di monopoli, il particolare del progetto prevede che i componenti siano racchiusi all’interno di un contenitore realizzato in mattoni, legno e rete metallica, questo per evitare che il “flusso o il processo” elettronico particolarmente intenso possa cagionare danni all’esterno, secondo Ighina, i monopoli sarebbero il “collante” della materia e se non opportunamente schermati o gestiti potrebbero disgregare la materia stessa, quindi la struttura del contenitore risulterebbe in sostanza un sistema di schermatura multipla, i mattoni ed il legno costituiscono la parte isolante del circuito, mentre la rete metallica, quella che in pratica è una gabbia di Faraday per la schermatura radiante del dispositivo.
Ora considerando che in pratica una “cassa” realizzata in mattoni, legno e rete metallica, abbia un certo peso, è plausibile che il tutto possa trovare alloggiamento in una ulteriore cassa se non altro per assicurare una maggiore integrità dell’intero dispositivo ed una più agevole trasportabilità ed installazione; quindi pur restando in ambito delle congetture, l’ipotesi che la “cassa magica” potesse essere stato un generatore di monopoli, questi idealmente potrebbero si essere convogliati tramite opportuni “tubi” ed utilizzati quale spinta dei vimanas, anche se di fatto stando al progetto di Marconi/Ighina, necessiterebbe comunque di un generatore di corrente elettrica, seppure interno.

Dunque è possibile che i vimanas atlantidei, almeno nei primi “modelli” potessero utilizzare delle fonti energetiche che ad oggi risultano ancora “sperimentali” almeno ufficialmente?
Comunque sia, anche se quanto esposto risulta un ventaglio di ipotesi, quello che emerge sostanzialmente è che queste tecnologie non hanno molto di alieno o di soprannaturale, anzi oggi probabilmente potrebbero essere replicate anche a livello “amatoriale”, assurdo?
Magari eccessivamente ottimista, non assurdo o impossibile, ma procediamo per gradi.

Un altra figura quasi misconosciuta è quella di Henri Coandă, scienziato ed ingegnere rumeno, il cui maggior interesse era l’aeronautica di cune ne fu un pioniere tanto da immaginare e realizzare quello che potrebbe definirsi il precursore dei motori a reazione già nel 1910; nel prosieguo dei suoi studi e lavori è anche ricordato per aver scoperto un effetto che ha preso il suo nome, ossia l’effetto Coandă, ossia quell’effetto secondo cui i fluidi seguono il contorno della superficie vicina, questo effetto, in pratica permette di rendere più efficienti le superfici alari ed amplificare la portanza aerodinamica degli aeroplani, ma non solo, questo principio è stato applicato anche in formula 1 da molte scuderie, ma cosa rende questo fenomeno particolarmente importante per l’aerodinamicità? Come detto, un fluido è portato ad assumere il contorno della superficie con cui viene in contatto, l’attrito si localizza solo sulle particelle del fluido a contatto con la superficie mentre le altre per la coesione molecolare tenderanno a cambiare direzione a seguito della differenza di velocità; certamente un po complicato e per rendere più comprensibile il fenomeno vi suggerisco di fare un piccolo e semplice esperimento: prendete un cucchiaio e ponetelo sotto il flusso di un rubinetto aperto dalla parte del dorso, appena i flusso d’acqua tocca la superficie del cucchiaio, questo ne viene “attratto” similmente a come accadrebbe con una calamita, mantenendo un certo controllo sul cucchiaio, si noterà che il flusso, invece di rimbalzare sulla superficie ed allontanarsi, viene deviato assumendo il contorno del dorso del cucchiaio stesso.
Ma tutto questo che c’entra con i vimanas? Anche se a prima vista questo principio potrebbe essere riferibile alla classica aerodinamica, se implementato in modo adeguato rivela qualcosa di assolutamente sorprendente ed inatteso, applicando il principio dell’effetto coanda ad un modello studiato appositamente per sfruttare ed amplificare in modo ottimale quanto esposto, il risultato è qualcosa che assomiglia ad una tecnologia aliena, ma che in realtà è tutta umana, oltremodo anche “energeticamente” sostenibile nel senso che non si renderebbero necessari fonti energetiche smisurate o inimmaginabili che spesso vengono associate agli ufo.
Nei tre video che posto di seguito si può osservare come è possibile strutture al meglio l’effetto coanda in ambito aeronautico “trattando” l’aria o l’atmosfera in modo simile ad un fluido, ed i risultati sono davvero molto interessanti.



Come si può vedere dai video, la forma del “drone” ha caratteristiche molto simili a quelle degli oggetti volanti non identificati e molto probabilmente ne implementa anche i principi di funzionamento; comunque tornando alla descrizione dei vimanas fatta da Scott Elliot non sembrano corrispondere alla forma, ora tenendo in considerazione quanto mostrato dai video del drone e quanto esposto sulle tattiche aeree di combattimento dei vimanas, pare evidente che seppure in via teorica questi dovevano avere una forma quantomeno similare o idealmente quella di una imbarcazione ma rovesciata.

Nel panorama delle possibili “motorizzazioni” implementate dai vimanas atlantidei, non può essere esclusa la famosa “repulsine” inventata da Viktor Schauberger, naturalista ed inventore austriaco ritenuto tra l’altro il padre delle “wunderwaffen” naziste; anche per quanto riguarda la repulsine di Schauberger, l’aria viene trattata al pari di un fluido e analogamente all’effetto coanda ne sfrutterebbe le “turbolenze” del vortice generato.
La questione, restando in ambito della descrizione di Scott Elliot, ci riporta alla “cassa” quindi, anche nel caso della repulsine questa avrebbe riportato la descrizione di qualcosa di simile ad una colonna o quantomeno di una forma tondeggiante e non squadrata, anche se comunque all’interno della cassa potesse esservi collocata, la repulsine avrebbe avuto bisogno di un motore per entrare in funzione; non che voglia caldeggiare l’ipotesi del generatore di monopoli, ma restando in coerenza con il racconto, questa sembrerebbe l’ipotesi più calzante e congrua.
Detto questo, è possibile, anzi molto probabile che nell’evoluzione tecnica dei vimanas, siano stati in seguito implementate tutte le motorizzazioni descritte fino ad ora; tenendo presente le differenti “motorizzazioni” descritte, sarebbe plausibile che queste possano essere state “declinate” in chiave, diciamo elettromagnetica applicando i principi della fluidodinamica al magnetismo?
In questo modo, avrebbero fatto un ulteriore balzo tecnologico creando dei mezzi capaci di lasciare il pianeta e quindi entrare nella dimensione astronautica.

Come ho detto, seppure ispirate da antichi manoscritti o da sedute medianiche, queste tecnologie non sembrano particolarmente fantascientifiche o aliene, oltremodo se consideriamo che hanno più o meno un centinaio di anni si potevano considerare particolarmente futuriste per le relative conoscenze scientifiche e la tecnologia di fine ottocento, quindi seppure con un “aiutino” tutto sommato questo concorre a confermare che nella sostanza delle cose, quella che anche oggi sono considerate tecnologie all’avanguardia, non sarebbe altro che la riscoperta di principi e tecniche già fatte in tempi lontani e dimenticati.
Con questo non voglio dire che in antichità non posano esservi stati dei contatti con forme di vita aliene, anzi, proprio per il fatto che l’antica o le antiche umanità fossero entrate in una dimensione che gli permetteva di raggiungere lo spazio, il contatto si rendeva indispensabile anche per il solo fatto di dare un monito, come a dire “non siete soli e non potete fare tutto ciò che vi pare e piace, datevi una regolata”; forse non è quello che in un modo più o meno analogo sta accadendo ai nostri giorni?

In questa occasione non inserisco i link di riferimento poiché l’elenco sarebbe davvero lungo, lascio a voi il piacere di ricercare ed eventualmente approfondire.


Fine stesura 6 dicembre 2014

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