Il libro perduto di Enki, tra mito e realtà – parte 1

Prefazione →

Dopo qualche mese di apparente inattività, rieccomi con un nuovo intervento che rispetto gli altri potrà apparire particolarmente critico non tanto in confronto al lavoro di un grande ricercatore e studioso quale è Zecharia Sitchin, ma piuttosto in merito a quanto viene esposto e riportato nel libro intitolato “Il libro perduto di Enki”.
Avevo già letto il libro qualche anno fa, ma evidentemente lo spirito analitico e di critica di allora non era pronto o meno attento a cogliere quegli aspetti che sollevano interrogativi e quesiti, o forse semplicemente perché si rivela veritiero il principio che nel rileggere un libro per la seconda volta, si colgono aspetti che non si era colto la prima volta.

La rilettura di questo libro mi ha dato modo di rivedere sotto una nuova prospettiva, se non proprio unificante, molti degli argomenti trattati, contestualizzandoli in quello che potrebbe essere stato un passato o comunque confortando il filologico del quadro complessivo che per quanto parziale e frammentato, emerge da essi; ciò non di meno, il mio lato irriverente ne viene sollecitato nel porre interrogativi impertinenti, provocatori e considerando che comunque si parla di dei, persino blasfemo, forse con un po di presunzione, cosi come Alalu ed Ulisse varcarono i confini dei loro mondi, io provo ad allargare i confini della mia conoscenza.

Come prima osservazione circa il contenuto delle 14 tavolette, si ha la sensazione, che aldilà di quelle che possono essere le similitudini con testi antichi di altre culture o ad esse attribuite, nel complesso, se non si tratta di una confessione, perlomeno dell’assunzione, da parte del Dio Enki delle proprie responsabilità e dei suoi compagni d’avventura, di tutto quello che conseguì e conseguì dalle loro scelte e decisioni, dai loro conflitti, dalle loro aspirazioni di affermazione e supremazia ed in parte cercando un modo per lavarsi la coscienza.
Se è vero che l’umano è ad immagine e somiglianza degli dei, posso asserire senza timore di smentita che in queste 14 “tavolette” emerge che siamo identici ad essi, sia nelle più alte aspirazioni come nelle più bieche e perverse malvagità.
Una piccola nota “letteral-culturale”; da queste tavolette si possono scorgere, seppure sulla falsa riga della narrazione, molti “scheletrati narrativi” di diversi stili e scuole letterarie, dalle tragedie greche ai poemi, alla poesia, fino a quello che può essere considerato il classico romanzo moderno.

Concludendo questo preambolo, mi viene di fare ancora alcune precisazioni; considerando che in sostanza la mole di temi che emergono dal libro, le annotazioni, le osservazioni e le domande appuntate sulla versione PDF del libro è decisamente grande, anticipo che, inevitabilmente questo intervento sarà suddiviso in più parti, seppure cercherò di dare omogeneità negli specifici temi trattati per non renderne eccessivamente pesante la lettura.
Tutti i riferimenti di questo intervento sono in relazione alla versione digitale del libro che è possibile trovare nell’area file del gruppo su Facebook.

Dunque veniamo alla disanima di quanto emerge dal Libro perduto di Enki; come ho detto, le osservazione ed i rilievi sono in relazione a quanto è contenuto dalle 14 tavolette, ora seppure la designazione di oggetti e tecnologie descritte, lasciano perplessi per la loro somiglianza con quelle contemporanee e a noi note, quello che suscita tali mie perplessità è piuttosto la particolarità di queste descrizioni o meglio la differenza nel descrivere alcune di esse rispetto ad altre; mi spiego meglio, se per alcune di queste tecnologie o strumenti, ne viene data una descrizione quasi poetica, per altre, la crudezza, sfiora quasi la descrizione da manuale d’istruzione, quindi una certa incongruità nello stile narrativo.

Probabilmente questo aspetto potrebbe essere conseguente la mancanza di corrispettivi della e nella nostra cultura o delle nostre conoscenze, o forse, dato che il materiale tradotto è stato tratto da tavolette sumere non del tutto integre, si è fatto un “raccorto logico deduttivo” per dare senso ed una coerenza al testo.
Aldilà di questo, definiamolo “peccato originale” dettato da difficoltà oggettive e non manipolatorie, assumiamo come dato di fatto, che la documentazione sia sostanzialmente corretta e veritiera, non in modo fideistico e dogmatico, ma per pura necessità di analisi e verifica, non ché, per comprendere meglio cosa viene detto e desumere al contempo anche quello che non viene detto o eluso, cercando di individuarne anche le possibili ragioni.

Entrando in un maggior dettaglio, l’osservazione che irriverentemente pongo è la seguente; considerando, che Enki sia un Dio o un essere alieno la cui cultura e tecnologia ha permesso a lui e ad i suoi simili di raggiungere il pianeta Terra a bordo di navicelle spaziali munite non solo di “armi di distruzione di massa” ma anche di tutti quei dispositivi tecnologici che potremmo assimilare ai moderni computer, scanner, rilevatori, ecc. ecc., perché si è reso necessario o si è ritenuto di dover affidare la trascrizione del libro o dei libri, ad un essere comunque inferiore?
Essendo Enki un Dio, almeno per come ci è stato insegnato ad immaginare un Dio, questo risulta incoerente con la stessa natura divina; incoerenza anche con l’assunto di un essere tecnologicamente avanzato, visto che avrebbe potuto scrivere da se, oltretutto evitando se non altro possibili errori di trascrizione da parte dello scriba, vista l’alta tecnologia posseduta.
Tutto questo potrebbe risultare coerente solo nel caso in cui quella tecnologia fosse andata persa, o danneggiata, quindi per non dover sottostare alla fatica di scrivere, o meglio incidere, in questo caso, affidare il compito di trascrizione ad un “dittafono” biologico.

Queste considerazioni ci portano al dover definire qualità e particolarità di questi dei; prima di tutto sotto il profilo biologico ed in seguito sotto gli aspetti antropologici.
La comprensione delle qualità biologiche e fisiche degli alieni o meglio di questi specifici alieni, ci permette di capire meglio con chi abbiamo a che fare, comprendere quali e quanti limiti hanno, le differenze tra noi e loro; da quanto emerge dalle tavolette, essi dispongono di sensi simili o analoghi a quelli umani, ossia vista, udito, olfatto, gusto, tatto e la cosa più interessante tra tutti i sensi è la vista a colori; può sembrare una banalità, ma di fatto non lo è, seppure non viene specificato chiaramente, si lascia sottintendere che per natura del loro stesso pianeta possano osservare una spettro di radiazioni più ampio, dall’ultravioletto, come api ed altri insetti, all’infrarosso, come molti rettili ed anfibi.
La riprova, o perlomeno l’indizio di questo, viene riferito da Enki nel riportare il racconto di Alalu (suo suocero) che osservando l’eccezionale luminosità della luce solare terrestre, dovette mettere degli “occhiali da sole” per proteggersi.
Questi indizi ci stanno ad indicare che forse la natura biologica degli alieni è del tipo insettoide o rettiliana? Questa è solo una proditoria supposizione, ovviamente la classificazione di una specie non può essere definita solo sull’ipotesi dello spettro visivo di cui disporrebbe, per altro risulterebbe non classificabile tra le specie terrestri, proprio in virtù di una evoluzione avvenuta su un altro pianeta in condizioni e da specie differenti senza alcuna relazione possibile con i processi evolutivi terrestri, se non forse solo per la matrice biologica basata sul carbonio, ma non specificatemene sulle varianti possibili delle reazioni tra azoto, idrogeno ed ossigeno.
Che vi sia una compatibilità biologica con il nostro mondo è testimoniato dalle esperienze dirette di Alalu, nel respirare l’aria terrestre, nel mangiare frutti terrestri, nel bere acqua terrestre, distinguendo l’acqua potabile da quella non potabile, seppure tramite un “analizzatore tecnologico” .

Altri elementi che ci permettono di delineare un identikit biologico degli alieni, emerge sempre dal racconto di Alalu, che in modo esplicito definisce l’aria della terra compatibile, (a quella di Nibiru) seppure più leggera e carente di alcuni elementi; la gravità terrestre è più bassa rispetto quella del pianeta natale, potrà sembrate anche questo un particolare si secondaria importanza, ma di fatto non lo è, anzi ci permette di avere una indicazione sulla “corporeità” degli alieni, di fatto, essendo un essere cresciuto su un mondo in cui la gravità è maggiore l’organismo o più in generale le forme di vita di quel pianeta saranno proporzionali alla specifica gravità, quindi con un ambiente atmosferico ben preciso al loro sostentamento.
Tornando alla questione dell’aria e dell’acqua terrestre, questa risulta loro, differente proprio per la carenza di particolari elementi ed è probabilmente la carenza di questi elementi che poi cagionerà in loro, quello che noi terrestri definiamo invecchiamento; facendo riferimento alle lontane lezioni di biologia delle superiori, l’invecchiamento cellulare è dovuto sostanzialmente all’ossidazione dovuta all’ossigeno, quindi seppure si scala molto più lunga, lo stesso fenomeno colpì gli alieni.

Mi permetto di fare una digressione sul fenomeno del gigantismo anticipando parte dell’intervento; sappiamo che in una epoca remota, la Terra fu popolata da esseri giganteschi; i dinosauri, ora restando a quanto detto, possiamo presupporre che questa fauna non fosse autoctona della Terra ma che fu “importata”?
Seguendo la logica e pur non conoscendo la differenza in chilo-newton tra la gravità terrestre e quella di Nibiru, possiamo dire con una certa sicurezza che un essere vivente di un “ambiente gravitazionale” pari ad 1, trapiantato in un altro “ambiente gravitazionale” della metà di quello originario, la sua progenie, raddoppierà le proprie dimensioni, se non proprio dalla prima generazione inevitabilmente si innescherà un processo di adattamento che porterà alla crescita delle dimensioni ed in una seconda fase, alla loro decrescita proprio per l’adattamento alle nuove condizioni.

Ma torniamo ai nostri “argonauti”, non per nulla ho fatto questo “abbinamento”; l’analogia con la narrazione greca con le vicende che portarono gli Annunaki sulla Terra sono pressoché identiche, sia per quanto riguarda gli obbiettivi che nel numero di avventurosi.
Quindi la fisicità di questi alieni è sostanzialmente molto più massiccia e resistente, si muovevano in modo più agevole, pur ipotizzando una “dimensione” analoghe a quella nostra, erano molto più forti, sia nel sollevamento dei pesi, che delle dimensione degli oggetti; in definitiva e per fare un’altra analogia con i miti antichi degli “Ercoli” veri e propri.
Detto questo, è evidente che un ipotetico scontro fisico, seppur a mani nude con questi esseri è inevitabilmente destinato a vederli vincenti, quindi fisicamente superiori e senza tener conto della superiorità in ambito delle conoscenze e della tecnologia.
Approfondendo l’aspetto antropologico, dalle tavole emergono particolari interessanti, circa la loro cultura, la loro struttura sociale, giuridica e religiosa, seppure con le mie limitate competenze e conoscenza della materia specifica, non trovo difficoltà nel constatare che, tra il loro livello tecnologico e quello culturale esiste un gap, almeno per quello che è il nostro concetto di società moderna, evolutasi dalla rivoluzione illuminista.

Comunque stando a quanto riportato, come primo aspetto, forse il più intimo della loro cultura è l’aspetto religioso, anche essi credono in un Dio Supremo il “Creatore di Tutte le Cose”, seppure non è rivelato che esita, la fede nella sua esistenza è testimoniata in diversi passi del libro in cui si parla di un misterioso emissario che apparve sia ad Ekki che a Enlil; nella specificità del, il misterioso emissario apparve per la prima volta in sogno o in una visione ad Enki e che gli donò i progetti di una arca per salvare “l’uomo civilizzato” in quanto volere del Creatore di Tutte le Cose, il suo nome o perlomeno le sue sembianze con cui apparve ad Enki e ad Enlil, erano quelle dell’emissario di An, Re di Nibiru, il suo nome era Ganzu.
L’evidenza di una forte religiosità sta proprio nel fatto che Enki, pur di rispettare ed onorare il comandamento del Creatore di Tutte le Cose, disobbedì agli ordini di Enlil, che aveva decretato lo sterminio dei lavoratori umani e degli uomini civilizzati, per altro in seguito, dopo il diluvio lo stesso Enlil, riconobbe un segno divino nella visione di Emki, rallegrandosi della sua disobbedienza; va anche aggiunto, che lo stesso Enlil fu in seguito “visitato in sogno” da questo misterioso personaggio che gli predisse vicende future e nefaste.

Stando sempre a quanto emerge dalle tavole e dal racconto che viene fatto, la struttura sociale nibiruniana è sul modello monarchico, seppure originariamente la società di Nibiru fosse divisa in due grandi blocchi contrapposti, le guerre che si susseguirono, fecero si che la loro società fosse unificata sotto un “governo globale” o meglio un regno globale, sostanzialmente costituendo quello che nella cultura indù si identifica come un sistema a caste, in cui la successione al trono, viene decretata per discendenza; ora aldilà della questione sul tipo della discendenza per casta o per seme con cui si ha diritto al trono, rispetto la nostra concezione di società moderna, questa appare decisamente arcaica, discriminatoria e prevaricatrice.
Questa è ovviamente una considerazione puramente ideologico-culturale, non sappiamo, perché di fatto nelle tavolette, non viene riportato nemmeno per accenno quale fosse “l’ambiente sociale” su Nibiru, viene soltanto dato una sintetica e poco chiara descrizione di quello che poteva essere la corte, la struttura “dell’alta classe dirigente” popolata da principi e saggi di vario tipo, quindi possiamo soltanto desumere, a torto o a ragione che le classi sociali sottostanti di fatto erano asservite al sistema e non il sistema in funzione e servizio della popolazione tutta.

Dico questo anche in funzione di quanto viene detto sulle vicende relative alla successione al tono, in cui il sistema “legislativo” si dimostra essere, più che altro asservito a questo o quel clan, piuttosto che ad un vero e proprio interesse collettivo, modificando o adattando le leggi come più conviene o aggrada; certo va tenuto conto di alcuni aspetti e alcuni parametri di non secondaria importanza, almeno sempre stando a quanto emerge dal libro, la longevità dei nibiruniani.
Anche qui però penso valga la pena di “sfrucugliare” la questione; da quanto si evince, la longevità di questi esseri sarebbe particolarmente lunga, bene la domanda che mi pongo è: questa longevità decisamente sproporzionata, almeno rispetto quella terrena, è appannaggio di tutti i nibiruniani o esclusiva delle classi più elevate?
Per entrare meglio nel dettaglio della questione, il rapporto temporale tra il tempo di Nibiru e quello della Terra sarebbe che un giorno di Nibiru corrisponderebbe ad un mese terrestre, il che significa che un anno terrestre equivale a solo 12 giorni di Nibiru; va anche specificato che non è chiaro se se di fatto il mese terrestre è considerato come mese lunare o solare, sta di fatto che se il rapporto di longevità, a parità di numero di anni di vita media (60 anni) è analogo a quello terrestre, va da se che questi esseri possano vivere per circa 648.000 dei nostri anni.

Questo dato porta indirettamente a fare delle ulteriori considerazioni di tipo sociologico e sociale e di conseguenza a delineare una risposta al quesito posto in precedenza; se di fatto l’intera popolazione nibiruniana è così longeva, si presenta la problematica delle sussistenza alimentare di questa popolazione escludendo le eventuali legittime aspirazioni dei singoli, la prolificità della specie, sempre stando ad un concetto naturalistico, sarà notevolmente bassa proprio in relazione alla particolare longevità, altrimenti, l’alternativa è che di fatto su Nibiru, tale prerogativa è esclusiva e riservata solo ad un gruppo ristretto e fortemente limitato di individui, delineando nella fattispecie una società dai contorni oscuri e cupi che più che allo splendente e grande Nibiru fanno pensare ad un inferno vero e proprio, da cui nessuno potrebbe fuggire o sfuggire alle dannazioni, eterne ne sperare in un qualsiasi futuro diverso per chi non appartiene alla casta più alta.
Un mondo che assomiglia in tutto e per tutto a quello immaginato in Helraizer.

Restando in ambito “biologico” però nel testo si evidenzia una mortalità di questi esseri, possono morire e seppure non viene citata la reale longevità, essi possono comunque morire di morte violenta, indipendentemente che sia conseguente un incidente od omicidio.
Quanto traspare potrebbe essere, se non la chiave di lettura, perlomeno una delle chiavi di lettura di molti fatti a noi inspiegabili, fatti riportati in molti dei testi antichi e le ragioni che poi di fatto hanno segnato la cultura globale del genere umano, un esempio di questa “contaminazione” sta proprio nella storia dell’umanità stesa, sempre soggetta ed asservita ad una corona, ad un dio, ad un unico supremo sovrano, ad un unico ordine.
Come ripeto, questa analisi deriva dalla cultura illuminista che caratterizza una parte della civiltà e della cultura occidentale, in cui ogni soggetto deve poter aspirare a qualcosa di più, ad un presente ed un futuro migliore, seppure nell’incertezza di una vita nell’aldilà o nell’esistenza di un Dio supremo se non proprio benevolo, quantomeno giusto, possa avere la possibilità di realizzarsi e realizzare qualcosa di duraturo per se e i propri figli.

Dopo questo scivolone (voluto) nelle tinte forti e cupe, torniamo a qualcosa di più “materialista” considerando sempre l’aspetto della longevità degli “dei”, siamo rimasti nell’ottica che la base su cui si fonda la loro biologia sia quella del carbonio; e se invece la loro biologia si fondasse sul silicio?
Con tutte le incognite relative ad una o più forme di vita basate sul silicio, questo potrebbe essere la spiegazione della particolare longevità di questi esseri, del come possano vivere su un pianeta o un sistema planetario che orbiti ai confini del sistema solare, su un pianeta, sempre stando quanto riportato nelle tavolette, con attività vulcanica particolarmente intensa e quindi con temperature al di fuori della umana sopportazione; si può obbiettare che sulla terra esistono forme di vita che possono vivere e proliferare in condizioni impossibili per le specie di superficie, a pressioni e temperature che renderebbero le forme i vita più cotte dello stracotto con patate della mamma, seppure sono forme di vita a base carbonica, certo, ma da quello che se ne sa, non hanno una longevità che si discosta da quelle di altre forme di vita analoghe.

L‘ipotesi che gli Annunaki abbiano una biologia a base silicea, potrebbe anche essere la spiegazione di come possa esser possibile che ufo siano statati osservati tuffarsi nelle viscere di vulcani in attività, oppure di oggetti di ragguardevoli dimensioni, e per ragguardevoli dimensioni si intende di proporzioni quasi planetarie, osservati in prossimità del disco solare, impossibili da raggiungere da qualsiasi artefatto umano.

Concludendo questa prima parte dell’intervento, mi sovviene di fare una riflessione circa l’ipotesi che i personaggi del Libro perduto di Enki possano essere tuttora viventi e domandarmi se la loro avventura terrestre sia realmente conclusa, oppure no, se la “missione” sia servita a salvare l’atmosfera di Nibiru o se tutti questi patimenti, siano soltanto serviti solo al prolungare sofferenze di “creatori e creati”; Enki, Enlil e compagnia, considerando i lunghi tempi umani potrebbero dare una risposta.
Ho il forte sospetto che così come il diavolo ha convinto l’umanità della sua non esistenza, così loro si celano per proseguire nel loro operato.
Volendo fare una sorta di parallelismo in ambito giudiziario, si potrebbe dire che seppure il libro rappresenta si, una assunzione di responsabilità, al contempo e una palese forma per scaricarsi la coscienza ed il proseguire nel celarsi all’umanità forse un escamotage per nascondere la loro opera allo sguardo del Creatore di Tutte le Cose.
Tra tutti i personaggi del libro e concludo, paradossalmente, il più eticamente coerente, fu o è proprio Enlil, il nemico dell’umano.

Prosegue – Seconda parte →


Fine stesura 7 aprile 2016

2 risposte a Il libro perduto di Enki, tra mito e realtà – parte 1

  1. Deker ha detto:

    Ciao Alessio, volevo chiederti come hai calcolato che gli alieni vivono per più di mezzo milione di anni, forse hai commesso qualche errore di calcolo perché mi sembra un po troppo e non mi sembra concepibile una forma di vita che viva così a lungo, anche perché come potrebbero considerare la vita umana a confronto della loro?
    Non ho letto il libro di Sitchin, puoi renderlo disponibile anche sul blog, ho letto che si può scaricare da FB, ma non sono iscritto e non mi va di iscrivermi.
    Grazie

    • phoo34 ha detto:

      Ciao a te Deker, non sei l’unico che ha fatto questa giusta osservazione; voglio ribadire che non è mio interesse avvallare questa o quella ipotesi, ma semplicemente evidenziare ciò che dal libro emerge, se per certi versi risulta incredibile già quanto raccontato da Enok nel riferire della diminuita longevità dai 19 lustri (un lustro = 52 anni) ridottasi a malapena a poco più di 1 e mezzo, le rivelazioni del libro di Enki lo sono ancor di più, seppure riferito agli Annunaki.
      Dato che non sei l’unico ad aver posto il quesito, sto preparando un intervento spiegando non solo i calcoli fatti per determinare la presunta longevità di 648.000 anni terrestri ma anche, sulla base di questi, determinare quelle che potrebbero essere le stime dell’orbita di Nibiru/Marduk nel sistema solare.
      Comunque il calcolo è abbastanza semplice, il dato di base è chiaro, un giorno di Nibiru equivale ad un mese terrestre o se si vuole a 30 giorni.
      Per quanto riguarda il libro di Sitchin, potresti reperirlo in una biblioteca pubblica, oppure cercare su uno dei motori di ricerca “Il libro perduto di Enki PDF, Zecharia Sitchin” non sono molti i link che permettono il download del file, quindi.

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