Il libro perduto di Enki, tra mito e realtà – parte 6

In questa sesta parte dell’intervento proseguo nell’analisi della tecnologia annunaka, confermando la mia convinzione nel ritenere la loro società segnata profondamente da un parossismo autoreferenziale a caste che connota e modula gli eventi della loro politica interna ed “esterna” fornendo gli elementi interpretativi degli avvenimenti che si susseguiranno sulla Terra e le ragioni che porteranno all’accuirsi delle tensione e degli attriti tra i vari clan.

Prima di proseguire, un ultimo riferimento alla questione del Diluvio Universale per chiarire o meglio evidenziare ulteriormente quella sorta di “sciente confusione” che nel libro viene perpetrata e messa in atto con il cambio dei nomi se non di tutti, perlomeno di quei personaggi che ebbero o hanno avuto un significativo ruolo nelle decisioni e nelle scelte; in merito alla questione Diluvio Universale, nel libro si gioca spesso con la “scala temporale”, tra quello che si dice, quello che si intende e quello che si vuole indurre a fraintendere, con il fine di da un lato di deificare se stessi e dall’altra manipolare ed ingannare.
Dunque secondo il libro il diluvio sarebbe durato 40 giorni, ora va tenuto presente che nella specifica fase narrativa, il computo del tempo è tenuto con la scala temporale di Nibiru, ciò significa che con i tempi “umani/terrestri” il disastro globale durò, giorno più giorno meno, tre anni e quattro mesi, tralasciando il fatto che l’arca di Ziusudra era ermeticamente chiusa e l’interrogativo sul come potessero respirare,pare evidente che l’ammassare il bestiame nelle stive, non era e non poteva essere in funzione della salvezza degli animali, ma piuttosto a fini di sussistenza, per altro la cosa è coerente con il fatto che lo stesso Enki e Ninmah consegnarono le “uova delle essenze vitali” (provette) allo stesso Ziusudra per proteggerle, quindi.
Per inquadrare gli eventi in un arco temporale terrestre o comunque volendo darne una coerenza con la storiografia a noi consueta, considerando che l’era attuale è nel segno dell’acquario, ora facendo un calcolo a ritroso e tenendo per buone le indicazioni del libro, il conflitto “atomico” annunako si sarebbe verificato sette ani dopo il diluvio, facendo la conversione in anni terrestri 75.600 anni, assumendo per certo che l’era astrologica in cui si verificò il diluvio fu quella del Leone, possiamo datare l’evento catastrofico quantomeno alla quartultima era leonina, ossia a circa 101.520 anni fa.

Ribadisco che nel libro si gioca spesso sull’aspetto temporale e resto convinto che ciò sia mirato e voluto, ciò nonostante, possiamo, seppure con le dovute cautele, ricostruire a grandi linee un raccordo che ci permetta di comprendere ed inquadrare la tempistica degli eventi e quindi rapportarli con la “nostra” storia; un altro riferimento preciso che il libro fornisce, per altro, verificabile, è quello sull’edificazione del complesso della piana di Giza, probabilmente si tratta solo di una coincidenza, ma trovo una certa assonanza tra il nome “dell’architetto” ed il nome della piana, forse un azzardo interpretativo, potrebbe essere plausibile che nel tempo e per questioni evolutive linguistiche Ningishzidda, divenne Giza e che quindi la piana di Giza è in realtà la piana di Ningishzidda.
Certo è che le piramidi evidenziano una data astronomica ben precisa, sottolineata ulteriormente dalla scultura leonina in omaggio alla memoria dell’architetto che progettò le “Montagne Artificiali”.

Restando comunque in un contesto post diluviano e proseguendo l’approfondimento di quelle che sarebbero le tecnologie annunake, le precisazioni fatte nel preambolo mi danno il la per affrontare un argomento che seppure non nuovo nel contesto del libro, darebbe una chiave di lettura ed interpretativa di eventi che caratterizzano un tema della moderna ufologia dai risvolti inquietanti; dunque, per inquadrare la questione, occorre fare riferimento alle parole di Enki sul come ripopolare la fauna terrestre, egli dice esplicitamente che utilizzando le “uova delle essenze vitali” e i ventri degli animali a quattro zampe questo permetterà di farlo in modo efficace e rapido garantendo così cibo e lana.
Fin qui tutto bello ed idilliaco seppure inserito in un contesto di devastazione assoluta e totale, ora se è vero che le parole sono come macigni, il pensiero che queste esprimono sono montagne, quindi grattando via la porporina scintillante, il concetto espresso appare in tutta la sua inquietante crudezza; si badi ben che non dico questo per chissà quale “deriva vegana”, ma piuttosto perché questo è o fu il preludio a qualcosa che è veramente raccapricciante, mi riferisco al fenomeno delle mutilazioni bovine, m non solo visto che in molti casi gli animali mutilati sono cavalli, pecore e capre, per lo più femmine a cui viene asportato oltre ai fluidi corporei anche l’apparato riproduttivo.

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Che questi uteri e fluidi vengano impiegati come incubartici “para-naturali”? Stando a quanto detto da Enki pare proprio di si e seppure non spiega il “procedimento”, lo si può desumere, perché per quanto possa essere accelerato il ciclo vitale della Terra, quelli sono e quelli restano, quindo occorre “industrializzare” il procedimento perché comunque un singolo animale può avere al massimo una gravidanza gemellare, oltre questo il rischi di perdere madre e figli è pressoché certo, dunque in che modo sarebbe possibile “industrializzare” il processo, se non utilizzando gli uteri come incubatici per gli embrioni e poi trasferirli quando sufficientemente maturi in appositi contenitori per lo sviluppo finale?
Questo “sistema” eliminerebbe la necessità di sostentamento dell’animale, oltre che alle ovvie questioni di gestione dei “cascami fisiologici”, non ché dell’animale stesso sfruttando soltanto la funzionalità indispensabile alla “coltivazione”; quindi è possibile che quanto riportato da diversi addotti della loro esperienza corrisponda a verità quando descrivono dei contenitori in cui vi sono degli esseri viventi o dei feti semi sospesi in un liquido.
Possiamo ipotizzare che la “tecnica” per la moltiplicazione del bestiame sia stata nel tempo migliorata e applicata anche agli “umani”, forse proprio con l’intento di industrializzare la produzione dei “Lulu”, che nei tempi antichi risultava inadeguata e rudimentale?
Sarebbero queste le ragioni delle abduction di esseri umani? Da quanto ho detto circa la fisiologia degli Annunaki e della loro longevità, non ritengo che questo “processo” sia relativo alla loro poca prolificità, dal racconto, pare che non abbiano problemi di questo tipo, anzi a quanto pare “ogni colpo, una tacca” quindi l’ipotesi formulata da molti ricercatori del fenomeno delle abduction a scopi riproduttivi degli alieni risulta poco convincente, sempre ammesso che gli Annunaki siano la sola forma di vita extraterrestre.
Riprendendo l’interrogativo circa la longevità annunaka e restando nell’ottica della “riproduzione”, potrebbe essere altresì che le problematiche demografiche riguardino le caste meno abbienti di Nibiru, ora possiamo immaginare che essendo riservato alle caste più elevate il privilegio di una longevità ultra millenaria, immaginare che questa longevità sia conseguente un procedimento tecnologico il cui fine è di mantenere e preservare il potere e l’ordine costituito in mano a chi lo detiene e dall’altra quale strumento di sottomissione e controllo delle masse?

Queste considerazioni emergono anche dal fatto che lo stesso Anu, si pone il problema di come poter controllare e gestire l’umanità che crescerà di numero, quindi dalle sue stesse parole, risulterebbe che la “ricetta” migliore per far si che “i molti obbediscano ai pochi” è o sarebbe la medesima applicata su Nibiru, per altro con l’agevolazione del fatto che i cicli terrestri sono molto accelerati rispetto quelli nibiruniani, quindi in virtù di questa differenza, potersi spacciare in modo più convincente per divinità.
Come più volte ho detto in altri interventi, non ritengo vi siano alieni buoni o cattivi, parto dal semplice presupposto che esseri superiori hanno bisogni e prerogative superiori, quindi in sintesi estrema, asservono tutto alle proprie esigenze, oltre questo non c’è altro, considerando la storia dell’umanità il disegno “politico” perseguito dagli Annunaki è sempre quello, creare un unico ordine, un unico capo, una struttura funzionale e organica a quella annunaka e a Nibirù, esempi di “interferenze” di questo tipo, nelle vicende umane ve ne sono molte, seppure sotto l’aspetto storiografico ortodosso, queste assumono un carattere leggendario e marginale, di fatto tutti i grandi personaggi della storia che fondarono imperi nelle diverse epoche storiche, hanno avuto un “aiutino da figure mitologiche” quindi resto ancor più convinto che le vicende degli Annunaki sulla Terra furono usate proprio in funzione di applicare quello che conosciamo come motto “divide et impera” da parte di Anu e del suo “emissario” Galzu quale strumento politico per restare al comando.

Facendo un “salto da palo in frasca” secondo le rivelazioni di alcune gole profonde che avrebbero operato per non ben identificati reparti “sovra-governativi” che disporrebbero di strumenti ed apparecchiature fantascientifiche, tra queste ve ne sarebbe una in particolare che permetterebbe di ringiovanire o invecchiare a piacimento il corpo di una persona; ora aldilà di quelle che possono essere o sono le ragioni di queste rivelazioni, indipendentemente che siano veritiere o meno, che i soggetti siano più o meno attendibili, questo ci riporta inevitabilmente alla questione annunaka.
Che forse il “pane e l’acqua della vita eterna” degli Annunaki sia una delle altre “favolette” per distrarre e ingannare, così come lo è la storiella di Gilgamesh che rubò l’albero dell’eterna giovinezza a Ziusudra; ora possiamo immaginare che nel progresso tecnologico e scientifico della civiltà nibiruniana essi abbiano realmente trovato u modo, se non per ingannare la morte, quantomeno per procrastinare l’inevitabile incontro? Come potrebbe essere questo dispositivo? Forse il sarcofago di Ra rappresentato nel film Stargate si avvicina alla realtà di quel macchinario?

Potrebbe essere davvero relae un procedimento di questo tipo? Facendo speculazioni sulla base delle scoperte scientifiche attuali, seppure solo in parte, la risposta è si; considerando che la decodifica dei geni è un dato di fatto, si tratta solo di comprenderne i meccanismi, l’invecchiamento, in termini “semplicistici” è la conseguenza di una specie di ossidazione cellulare che riduce gradualmente la capacità delle cellule di rinnovarsi, ora se questo processo viene inibito, rallentato o fatto regredire, ecco trovato il segreto dell’eterna giovinezza e questo oltre a rendere il fisico giovane, ne prolunga la longevità.
Quindi se riconsideriamo l’ipotesi che Nibiru sia una astronave interstellare, possiamo presupporre che per ragioni oggettive nel perseguire gli obbiettivi della missione, perlomeno i livelli più alti della linea di comando devono essere necessariamente occupati dalle medesime persone, seppure questa gerarchia non sia di carattere militare, deve essere caratterizzata da una rigidità similare il cui fine è di mantenere funzionale e funzionante l’intera astronave anche il più piccolo particolare.

Nell’ottica e nella prospettiva di un viaggio lungo come può essere quello da una stella ad un’altra, l’importanza di mantenere gli obbiettivi della “missione”, si rivelano inderogabili, quindi questo potrebbe essere garantito proprio da un macchinario o da un procedimento che artificiosamente prolunghi non solo la longevità, ma al contempo l’efficienza fisica di un copro mantenendolo giovane; cosa diversa sono quelle che poi possono diventare delle storture “ideologiche” e sociali che da questo stato di cose possono conseguire, come più banalmente ritenersi immortali, dei o solo superiori rispetto gli altri e le altre forme di vita.

Ora vediamo di inquadrare meglio la questione delle sette Armi del Terrore citate spesso nel libro; da quella che è la nostra tecnologia, possiamo distinguere almeno sei tipi principali di armi, considerando quelle più devastanti come quelle atomiche, quelle batteriologiche e chimiche, forse in un futuro potranno rientrare tra le armi di distruzione di massa anche i laser, le armi soniche e quelle elettromagnetiche, resta ancora da comprendere a quale tipo possa appartenere il settimo tipo, un qualcosa ancora sconosciuto alla “scienza terrestre”?
Tenendo presente che il progresso scientifico sta facendo passi enormi, inimmaginabili anche solo 40/50 anni fa, non solo in ambito della scienza applicata, ma anche in quella teorica, soprattutto in ambito teorico si annunciano scoperte che possono davvero sovvertire le fondamenta della conoscenza, quindi potremmi ipotizzare che il settimo tipo di arma del terrore sia uno o più tipi di dispositivi quantici che possono letteralmente demolire la materia o addirittura modificare radicalmente la natura?

Facendo un salto al principio dell’avventura nibiruniana all’epoca dello scontro tra Tiamat e Nibiru e di come Nibiru ebbe le meglio su Tiamat, analizzando i particolari dello “scontro” come non si può non desumere che furono impiegato tipo di strumenti; non dimentichiamo che Tiamat era molto probabilmente un pianeta molto più grande di Giove, quello che gli astronomi chiamano un gioviano caldo, la cui influenza aveva effetti sugli altri pianeti, restando in un contesto astrofisico i fenomeni di risonanza di questi pianeti, causavano perturbazioni dell’orbita di Tiamat.
Consideriamo ora quello che una civiltà transfuga da un sistema solare morente, dopo chissà quante ere di viaggio nello spazio profondo per giungere ad un nascente sistema solare per insediarvisi, giunti a destinazione si rendono conto che questo è in procinto di distruggersi sotto l’effetto delle reazioni e le interferenze gravitazionali dei suoi stessi pianeti; questo avrebbe significato non solo vanificare il viaggio, ma anche rappresentare la loro stessa fine, quindi sarebbe illogico presupporre che adoperarono tutto ciò di cui disponevano onde scongiurare quel tipo di “destino”?
Questo però ci porta anche a ipotizzare che l’astronave Nibiru, non potesse affrontare un altro viaggio interstellare, vuoi per questioni meramente di tempo ma anche di risorse, quindi tornando alle armi quantiche, possiamo presupporre che una nave spaziale interplanetaria delle dimensioni di un pianeta, forse quelle di una super Terra, non disponesse di strumenti idonei a proteggersi da qualunque cosa potesse incrociare il proprio tragitto?

Immaginando questa arma come qualcosa che sia in grado anche solo di neutralizzare o addirittura invertire la forza di gravità di un corpo celeste o meno, indipendentemente dalle dimensioni, questo si sgretolerebbe come una palla di sabbia asciutta, di fatto è ciò che accadde a Timat, seppure il paragone va rapportato alle dimensioni di un pianeta grande tre o quattro volte quelle di Giove; immaginare che fossero state impiegate armi atomiche sarebbe puerile e ridicolo, anche considerando i solo quantitativo di materiale fissile necessario.
Possiamo quindi annoverare con un certo grado di sicurezza che tra le Armi del Terrore nibiruniane vi fossero, se non proprio vere e proprie armi quantistiche quantomeno strumenti che furono usati in modo “alternativo” o furono convertiti per necessità in armamenti; trovo difficile immaginare che una civiltà nata, progredita e sviluppatasi in chissà quale lontano sistema solare, che ha intrapreso un viaggio probabilmente di qualche milione di anni se non di più, siano partiti con l’intenzione di mettere a “ferro e fuoco” tutto ciò che incrociavano nel loro cammino, quindi, seppure nel senso più ampio dell’accezione e con le dovute cautele, potrebbero essere sì, considerati “pacifici” almeno nelle intenzioni, anche se ciò non esclude che essi posano essere determinati nel preservare la propria società utilizzano qualsiasi mezzo a loro disposizione.

Sicuramente potrà sembrare in gioco di parole, ma in moti passi del libro si nota un cambio di “passo”, una sorta di gioco a rimpiattino restando in tema di tecnologie, in diverse occasioni, vengono si designao oggetti e strumenti in modo sintetico ed inequivocabile come, missili, centro di controllo, astronave, in altre circostanze di va sul “poetico o iconografico” come le camere celesti, carri volanti, le tavole dei destini, (piani di volo o mappa stellari) i cristalli pulsanti, la Casa che è come una montagna (Ekur – Piramide) in altri ancora, si usa una terminologia criptica, i ME o l’Oggetto Celeste Luminoso o in altri ancora si assume una narrativa decisamente reticente, quello che mi lascia perplesso, non è la linea evanescente dei passi criptici e poetici, ma piuttosto quelle descrizioni in cui la dovizia di particolari risulta essere quasi rivelato-ria; per come vedo le cose, ho la sensazione che questi giochetti siano sempre in funzione di sviare l’attenzione e nascondere ciò che veramente conta, un po come fanno i prestidigitatori.

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Tra i diversi passaggi del libro che assumono un carattere rivela-torio vi è quello sull’edificazione delle “montagne artificiali” indispensabili a completare il corridoio aereo per le astronavi in arrivo e partenza; a parte il fatto che il concetto di corridoio sembra più consono e funzionale ad un aeroporto piuttosto che ad un porto spaziale, desumo questo, perché concettualmente, per quello che possiamo saperne di astronavi, queste possono o potrebbero atterrare ovunque indipendentemente dalle dimensioni, quindi a che pro un corridoio aereo? Forse si rivelerebbe indispensabile nell’eventualità di un traffico aereo pari a quello dei moderni aeroporti, ma stando anche all’ipotetico censimento aereo annunako, la cosa pare essere decisamente sovradimensionata, considerando che poi nella logistica annunaka, ogni centro nevralgico è tenuto distante dagli altri, vuoi per questioni di sicurezza, (da e per chi o cosa) vuoi per logica prettamente aliena, si hanno il “Luogo dei Carri”, il luogo del “Legame Cielo-Terra”, il “Luogo dell’Oro”, il “Luogo dei Missili” ecc. ecc. quindi quello che sarebbe il “Luogo dei Carri”, dalal descrizione pare proprio non attigua al corridoio visto che è localizzato nel sud della penisola del Sinai, quindi, il corridoio si rivelerebbe essere sostanzialmente un checkpoint di transito, una sorta di percorso obbligato per chi parte o arriva sulla Terra, o più banalmente una sorta di “dogana planetaria”

Le cose interessanti che emergono dalla disanima degli aspetti geografico logistici sono diverse, come ad esempio l’allineamento del corridoio che contrariamente a quello ipotizzato da molti, non sarebbe in direzione sudovest-nordest, ma piuttosto sudest-nordovest, questa considerazione consegue da alcuni presupposti, il primo è che un corridoio non è una linea retta ma bensì un rettangolo più o meno regolare delimitato da quattro punti, ora ci è dato sapere dal libro che le “Montagne Gemelle Attificiali” hanno un allineamento preciso, quindi se tracciamo una retta che parte in mezzo delle due cime artificiali, estendendola fino ai primi rilievi montuosi con una elevazione decisamente superiore alla media, si incontra la zona montuosa etiope e non certo il monte Sinai, Tanto meno l’Ararat, seppure, almeno in italiano Ararat e Arrata possano avere una certa assonanza fonetica, quindi seguendo questa “rotta” quello che mi porta a pensare che sia quella giusta è il particolare che l’arca di Ziusudra si arrenò sul monte Arrata, ora in relazione alla retta immaginaria e considerando che gli altri due vertici del corridoio devono essere localizzati uno sopra ed uno sotto la retta, le uniche due vette che hanno le caratteristiche di allineamento e di elevazione che possono essere definite gemelle, sono i monti Guna e Abuna Josef, l’uno con 4221 metri di altezza e l’altro 4198 metri; un altro indizio che corroborerebbe questo “orientamento” è anche il fatto che Enki, quando giunse sulla Terra ammarò nell’oceano della Tetide o meglio in quello che all’epoca era il canale tra il continente dell’Laurasia ed il nord di Gondwana, quindi grado più, grado meno, con lo stesso allineamento.
Va detto anche che sotto l’aspetto prettamente pratico, il fatto che il corridoio sia pressoché parallelo al Mar Rosso risulta essere un ottimo riferimento geografico per orientarsi in una eventuale “navigazione a vista”.

Dopo questa dissertazione storico-cartografica in cerca di possibili conferme o riscontri del racconto e tornando all’aspetto strettamente tecnologico, affrontiamo la questione delle Montagne Artificiali di Ningishzidda; stando a quanto si desume dal testo la forma piramide non esisteva precedentemente, fu proprio Ningishzidda, l’architetto, l’ingegnere che avrebbe inventato la forma geometrica proprio per realizzare le montagne gemelle artificiali; considerando il grande mistero che circonda il complesso di Giza e più in generale tutte le piramidi sparse in giro per il mondo, nel libro si ha una vera e propria rivelazione sul perché furono realizzate queste strutture, almeno per quanto riguarda, la piramidi di Cheope e quella di Chefren.
Un piccolo “occhiello”, tenendo presente quanto detto sui monti etiopi, un indizio che potrebbe dare conferma sull’ipotesi che i monti Guna e Abuna Josef siano le montagne gemelle del libro, è la quasi simmetricità tra le piramidi, la piramide di Cheope rappresenterebbe il monte Guna, mentre la piramide di Chefren il monte Abuna Josef, per altro, seppure non al centimetro, la differenza tra le due montagne è di soli 23 metri, mentre quella tra le due piramidi è di 10 metri e questo su una scala planetaria equivarrebbe ad un errore infinitesimale.

Torniamo all’aspetto rivela-torio, stando a quanto viene riportato, una delle piramidi aveva un ruolo particolare, oltre a quello di riferimento geografico per il corridoio aereo, questa era munita di corridoi e camere; sempre che le scoperte archeologiche non rivelino che nella piramide di Chefren vi sia una rete più articolata di corridoi e camere, il riferimento pare indicare proprio la piramide di Cheope, ora le rivelazioni sono diverse e tutte contrastano non solo con la tempistiche storiografiche ed archeologiche ortodosse, ma anche su quello che sarebbe l’ordine di edificazione dell’intero complesso, quindi secondo il libro la prima piramide ad essere costruita fu quella di Chefren, poi quella di Cheope, ed in seguito la Sfinge, della piramide di Micerino e delle altre strutture adiacenti non v’è traccia, quindi, queste potrebbero essere state realizzate molto, molto tempo dopo.
Nel libro viene anche specificato inequivocabilmente, quindi escludendo qualsiasi possibile interpretazione alternativa, che le piramidi furono realizzate dagli Annunaki, che essi tagliarono le pietra con i loro strumenti; questa affermazione, con un sol colpo smonta per intero, tutte quelle teorie più o meno plausibili sul come venero realizzate le piramidi, da chi e perché.
Stando al libro furono gli Annunaki ad immaginare, progettare e realizzarle per scopi e funzioni ben precise, quindi proseguendo Ningishzidda, volle costruire la seconda piramide con funzioni e scopi particolari, idealmente “poli funzionali”, le camere ed i corridoi servivano a sfruttare, amplificare o forse creare una forma di energia grazie all’impiego di “54 misteriosi cristalli pulsanti”.

Stando alla descrizione della piramide, seppure frammentata e “sparsa” nel testo ed i particolari “centellinati” di volta in volta nel racconto, quello che ne risulta è la descrizione di una struttura o meglio un dispositivo che per approssimazione possiamo assimilare alla torre di Nikola Tesla, (Wardenclyffe Tower ) la “pietra apicale” fatta di argentone, (alpacca) una lega di rame, zinco e nichel posta al vertice di quello che è una sorta di circuito induttivo costituito in parte dallo Zed in cui vi erano disposti in coppie dei cristalli secondo un ordine preciso all’interno della camere dello Zed stesso, compresa la Camera del Re, che teoricamente ospitava il “cristallo” o pietra Gug che determinava le direzioni; ora volendo “grattare” via il velo di magico e fantastico con cui viene descritto il dispositivo, pare evidente e persino banale associare i cristalli pulsanti a differenti tipi di quarzo, mentre per quanto riguarda la pietra Gug, assimilarla alla magnetite o addirittura ad una vera e propria calamita, dunque che tipo di dispositivo era?
Serviva a produrre energia oppure usava l’energia per quelle che erano utilità fantascientifiche?
Il progresso scientifico e tecnologico ha reso il quarzo o meglio i diversi tipi di quarzo un elemento indispensabile e basilare per la nostra tecnologia, oggi sopratutto con l’avvento dell’era digitale, non c’è dispositivo elettrico che non abbia al suo interno un componente al quarzo, questo perché e detto in parole semplici è un materiale che permette di “manipolare” la corrente elettrica creando degli oscillatori pressoché perfetti altrimenti impossibili da realizzare se non con dimensioni e prestazioni nettamente inferiori; quindi, cosa ci fanno dei quarzi all’interno della piramide se non “gestire” una corrente elettrica? Da dove veniva o come era prodotta questa corrente?

A parte il fatto che presumibilmente una civiltà capace di fare viaggi interplanetari disponga di batterie e generatori di corrente, quindi capaci di produrla ed immagazzinarla, possiamo presupporre che questo dispositivo, fosse alimentato in tal modo, ma è altrettanto plausibile l’ipotesi che conoscendo il principio della differenza di potenziale, questa energia potrebbe essere quella che si crea naturalmente dalla differenza di potenziale tra terreno e atmosfera, in cui la struttura piramidale si interpone come “mediatore” o forse più propriamente come una presa di corrente, alimentando l’intero dispositivo; non va dimenticato che originariamente le piramidi erano ricoperte da uno strato di calcare che a differenza di altre rocce è sostanzialmente un isolante termico ed elettrico, quindi immaginando il funzionamento analogo a quello di una bobina di Tesla, schermata ed isolata.
Sarà un caso che Ningishzidda prevedette la necessità di sigillare la costruzione garantendone però un accesso di servizio “tramite una porta girevole posta nel versante nord”, se non altro per la manutenzione?
Un ultimo particolare che viene citato dal racconto e che in sostanza rappresenta un ulteriore indizio a favore dell’ipotesi, sotto la piramide vi sarebbe dell’acqua; difficile ipotizzare una sorgente, vista l’area, forse un giacimento di acqua fossile oppure infiltrazioni di acqua marina, comunque sia, la presenza di acqua nel sottosuolo al disotto della piramide conferisce una maggiore conducibilità ed una più efficace “messa a terra” della struttura.

Ma a cosa serviva sostanzialmente questo “marchingegno” megalitico, nel libro viene detto che “una volta attivati i cristalli pulsanti, si crearono dei bagliori all’interno della piramide (Ekur) ed un ronzio quasi magico ruppe il silenzio”; dandone una lettura tecnologica, la luminescenza era probabilmente un effetto di ionizzazione dell’atmosfera all’interno della piramide dovuta all’attivazione della “bobina di Tesla” che ronza mentre genera corrente ad elevata tensione e frequenza, considerando la dimensione della bobina la presenza dei cristalli di quarzo fungevano forse da raddrizzatori e stabilizzatori elettronici rendendo fruibile l’energia prodotta.
Dei cristalli non ne viene data una descrizione esaustiva ne delle dimensioni, ora sempre in relazione alla dimensione del dispositivo, si presume che queste fossero proporzionali alle necessità della struttura e dell’energia prodotta; resta da capire o inquadrare meglio come e cosa si intendeva raccontare quando si dice che dalla cima della piramide fuoriusciva un raggio che puntava verso il cielo.
Tenendo presente ciò che si verifica attivando una bobina di Tesla può essere interpretato come un raggio? Effettivamente ed in senso lato i lampi di alta tensione che si scaricano nell’atmosfera circostante potrebbero passare per raggi, ma il testo parla di un raggio, seppure accompagnato da una luminescenza della pietra apicale, quindi possiamo ipotizzare che le scariche di alta tensione fossero in un certo modo rese coerenti in un’unica scarica concentrata e continua similmente a come la luce viene concentrata in un laser?
Il libro non specifica quale fosse la forma della pietra apicale, comunemente si è indotti a immaginarla come una piramide in miniatura a completamento dell’intera struttura ma se questo rispondesse al vero, come potrebbe la forma piramidale concentrare un raggio anche di sola luce? La forma delle pareti inevitabilmente rifletterebbe al suo interno il fascio facendolo tornare alla sorgente, seppure fosse di materiale traslucido, questo farebbe si che il fascio venga diffratto e disperso, quindi la forma è decisamente inappropriata per focalizzare un raggio.

Quindi se l’ipotesi del raggio fosse veritiera, la pietra apicale doveva avere una forma idonea e tutt’altro che simile ad una piramide, da quello che possiamo immaginare l’unica forma idonea a concentrare un fascio di luce o di energia è quella lenticolare, sorge ora però una strana assonanza o meglio dire una forte similitudine con una simbologia ermetica che spesso si associa, guarda caso alle varie forme di massoneria che si ispirano alla cultura egizia, a parte questo curioso aspetto, possiamo assimilare la forma dell’occhio onnisciente circoscritto nel triangolo al simbolo di una lente vista di profilo sorretta da una struttura o da una impalcatura portante; una ipotesi forse fin troppo ingegnosa e fantasiosa? Forse, comunque coerente con l’ipotetico raggio della piramide.

Attenendoci al libro, questo raggio, sia che fosse un singolo raggio concentrato o che fosse una emissione radio, poteva essere o avere una funzione multipla? Il libro sembra alludere a questa poli funzionalità visto che Emki lo descrive capace di “dare pace agli dei” o rileggendolo in chiave tecnologica con la funzione di “tracciare” i pianeti del sistema solare da una parte e dall’altra quella di faro o radiofaro per le astronavi; ora considerando che in pratica la struttura era connessa ed in stretta relazione con la ionosfera, quindi fungere da sensore per il controllo per chi approcciasse il pianeta o entrasse nell’atmosfera? Da qui la necessità di un corridoio aereo e quella distanziare i centri sensibili, quindi una strategia prettamente difensiva, ma nei confronti di quale nemico?

Tirando le conclusioni, la piramide di Cheope era qualcosa che nel suo complesso era simile ad una sorta di radar globale sfruttando la ionosfera terrestre quale sensore auto-alimentato con funzioni di radiofaro e come strumento di misure astronomiche e a quali altre funzioni era preposta?
Se la piramide di Cheope era una sorta di “coltellino svizzero” ed il prototipo per le altre, sorge spontaneo domandarsi allora quali funzioni potessero avere tutte le altre piramidi sparse per il globo, quello che più mi incuriosisce e nel libro non se ne approfondisce il tema è la “città della guarigione”, in essa fu edificata una piramide o semplicemente nella cultura annunaka le strutture sanitarie ed ospedaliere erano o sono circoscritte a specifici luoghi e nettamente separati dalle normali strutture sociali?

Per concludere questa sesta parte dell’intervento, sottolineo che il libro specifica in modo chiaro che la Sfinge fu realizzata dopo le piramidi di Chefren e Cheope, oltretutto che fu scolpita nella roccia in forma di leone per commemorare “l’invenzione” di Ningishzidda, ed al contempo per segnare in modo preciso l’era in cui furono erette le piramidi, l’era in cui il mondo venne devastato da un Diluvio Universale, probabilmente causato dagli stessi Annunaki, l’era dell’inizio di una nuova era per il pianeta Terra, di una “nuova alleanza” tra Annunaki e umani.

Prosegue – Settima parte


Fine stesura 27 aprile 2016

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